sabato 29 dicembre 2007

Tuo Luigi

Trascrivo una delle lettere che Luigi Rocchi, malato di distrofia muscolare di Duchenne dalla nascita, scrisse.

Dal libro "Tuo Luigi. Lettere e scritti di Luigi Rocchi":

"[...] Ma proprio in chiusura del documentario si apprende una curiosa notizia: a Las Vegas non ci sono cimiteri. E non ci sono - ho saputo poi - neanche ospedali, case di cura, manicomi, ospizi per vecchi.

Non è che i cittadini non si ammalino, non invecchino e non muoiano: semplicemente a Las Vegas è tassativamente proibito ammalarsi, invecchiare, morire. I ...'trasgressori' vengono acciuffati nel loro letto, presi di peso e spediti il più lontano possibile.

La Malattia, la Vecchiaia, la Morte non hanno cittadinanza a Las Vegas ed è quasi un reato portare nel corpo le stigmate del dolore, della menomazione e i segni della decadenza. Non si deve turbare la frenesia gioiosa del resto della popolazione.

Però, però, ...non esiste solo a Las Vegas questa pretesa assurda, disumana, idiota, questa 'spietata legge delle apparenze', mi dissi alla fine del documentario. E risentii nel mio animo le cento e cento occasioni in cui pure io, con il mio male e le mie menomazioni, potei vivere la triste esperienza di essere considerato elemento 'conturbatore' di una società che alza le cortine per proteggersi da realtà sgradite ed etichetta questa sua egoistica paura con nomi ipocritamente umanitari.

Non avete fatto anche voi, amici malati, questa esperienza? E' accaduto anche recentemente, che, in varie località balneari in ameni luoghi di villeggiatura, si è proibito il soggiorno a bambini spstici, o a soggetti menomati. Alcuni alberghi hanno sbattuto loro la porta in faccia e delle giunte comunali hanno deliberato che 'per non umiliare queste creature sfortunate con la vista di persone sane, si doveva usare l'umanità di non metterle a confronto con loro...'.

[...]

La gente non vuole che si ricordi loro la fragilità della salute, la brevità della giovinezza, la realtà della fine, del disfacimento. Un malato è come un cartello segnaletico piantato lì, in mezzo alla giostra, ad indicare che l'uomo è un essere precario, che il suo corpo è soggetto a malattia, a decandenza.

L'ammalato 'è un profeta scomodo' che ci invita a ritrovare noi stessi, che ci costringe a vedere i nostri limiti, che ci richiama all'umiltà e ci fa sentire quali veramente siamo: piccoli uomini precari e che possono superare tale intrinseca nullità solo riconoscendosi fratelli e bisognosi di amore scambievole".


Luglio 1975

Cosa si fa sui mezzi pubblici?

Mancano ancora due giorni per votare prima della fine del sondaggio, ma non credo che qualcuno lo farà, quindi si può dire che il sondaggio è finito.
Hanno votato poche persone per poter fare dei commenti, però sono pur sempre dei risultati: su 25 persone che hanno avuto accesso (?) al blog i risultati si distribuiscono in questo modo:


Se usate i mezzi pubblici spesso e per più di mezz'ora, come impiegate il tempo?

Guardo le persone che salgono e scendono 8 (32%)

Organizzo gli appuntamenti di lavoro 1 (4%)

Leggo un libro o un quotidiano 8 (32%)

Aspetto di arrivare a destinazione e, in qualche modo, mi "assento" 7 (28%)

Studio 1 (4%)
venerdì 28 dicembre 2007

Confrontarsi, discutere, imparare

Salve a tutti, saluto il 2007 pubblicando oggi il mio primo forum http://ilprisma.forumfree.net/ in cui vi invito per l'iscrizione. Colgo anche l'occasione per ringraziare tutte le persone (1562 accessi unici) che sono venute a 'curiosare' sul presente blog e tutte le persone che trovandolo interessante sono tornate, arrivando a leggere 4573 pagine.
martedì 11 dicembre 2007

Nuovo blog

Ho inaugurato oggi un altro blog "Senza Rumore" su cui vorrei scrivere riflessioni di un mondo silenziosamente presente a cui vorrei dare più voce. Chi vuole può apportare il suo contributo con commenti (che saranno, per ovvi motivi, moderati) o anche inviandomi un post che sarò lieta di pubblicare alla mail paolaromitelli@gmail.com Ciao a tutti e...accorrete numerosi!
lunedì 10 dicembre 2007

Chi guida l'automobile?

Passo molto tempo in macchina: percorro circa 50 km al giorno in macchina, nel traffico romano. In tutto questo tempo ho potuto osservare gli altri automobilisti ed ho notato, purtroppo, una forte diminuzione dei gentiluomini che cedono il passo alle 'donzelle' (vi assicuro che è un comportamento sempre notevolmente gradito dal gentil sesso, anche quando afferma il contrario), agli anziani, ai pedoni, ai bambini, ai motorini e, un aumento di comportamenti alla guida dell'auto che richiamano vagamente il comportamento animale (quegli esseri con molti peli più di noi con cui dobbiamo condividere parte del territorio presente sulla Terra). Ad esempio: - se si ha la macchina più grande, si è anche più ricchi, quindi più forti, acquisendo il diritto di: passare per primi anche se la precedenza è di altri, posizionarsi con prepotenza ed aggressività nel 'culo' della macchina davanti che va più lenta, sorpassare alla destra delle altre macchine (pur vivendo in Italia dove 'si tiene' la destra), superare del 100% i limiti di velocità e suonare a chi li rispetta dandogli della 'lumaca' (nel migliore dei casi), e via dicendo. Il bello è che i guidatori delle macchine più piccole, quindi dei più poveri, quindi dei più deboli, in qualche modo gli danno ragione, come se chi possiede una macchina più piccola pensasse: " ha la macchina più grande, è più potente, perciò lui è il capo branco e 'può'". Tipico modo di agire degli animali: il più forte comanda, il più debole ubbidisce. Del resto è anche la nostra natura, quella animale, no? La cosa 'bella', inoltre, è che la macchina sembra non avere sesso. Cerco di spiegarmi meglio: non è importante chi è alla guida di una macchina potente, maschio o femmina che sia, è la macchina che esprime chi comanda. Infatti chi comanda può anche andare piano, ricevendo con grande probabilità meno insulti e suonate di clacson (a volte niente di tutto ciò) dagli altri guidatori, chiunque esso sia. E' la macchina che riceve attenzione, non chi la guida! Quindi, si può dire che la macchina permette di affermare la propria superiorità, il proprio potere, il proprio dominio sull'altro, senza badare a nient'altro. (Pensate quanto rispetto ci può essere per gli anziani, per chi sta imparando a guidare e per chi trasporta un bambino, una persona con handicap o un animaletto, ecc. ecc.). In pratica, guidare ci fa tornare alle nostre 'origini animalesche': vince chi è più grosso, più bravo, più veloce, insomma, vince chi è "più"! Ma, gli esseri umani, non hanno qualcosa in più rispetto agli animali? Ma è davvero così difficile concedere un po' di rispetto agli altri?
domenica 2 dicembre 2007

Oltre l'omosessualità

E' da diverso tempo che desidero scrivere un commento su questo libro, ma non lo trovo semplice.

E' un libro particolare: porta avanti una teoria sull'omosessualità controcorrente e, nello scrivere una semplice recensione, non vorrei scatenare le ire di nessuno.

L' argomento è comunque complicato, ed è possibile che la lettura di questo post possa procurare dell'aggressività in chi lo legge, questo purtroppo non posso evitarlo. L'unica cosa di cui pregherei (so che sto mettendo le mani avanti, ma preferisco così) è di matenere un tono educato nei commenti che se volete, potete esprimere.

La lettura di questo libro mi ha portato a riflettere su molti aspetti dell'omosessualità che non avevo mai considerato. Di cui vorrei accennarne solo uno in particolare.
Intanto J. Nicolosi, l'autore del libro, non parla di omosessualità, ma di comportamento omosessuale.

Parla di uomini omosessuali che hanno cercato di accettare la loro identità gay, ma che rimanendo infelici e insoddisfatti sono approdati alla 'terapia riparativa' di Nicolosi, un tipo di psicoterapia che li aiuta a liberarsi dal conflitto relativo all'identità di genere.
Secondo Nicolosi il comportamento omosessuale deriva dal tentativo della persona di allentare l'alienazione che prova rispetto alla propria mascolinità.
Tale alienazione deriva da un modello maschile non sufficiente, non buono, con cui è stato a contatto il bambino: il padre, in qualche modo debole, assente dal punto di vista emotivo che non è in grado di far fronte all'eccessiva influenza materna. Spesso viene descritto dai clienti di Nicolosi, come un padre 'non coinvolto e inadeguato'.
La conseguenza è una mancanza di formazione di un modello maschile dentro di sé, e così si continua a cercare quella immagine di mascolinità fuori di sé, con la conseguente percezione di essere innamorati di altri uomini e l'instaurarsi del comportamento omosessuale.

Quasi in ogni pagina di questo libro ho trovato degli spunti di riflessione che non troverebbero il giusto spazio in un post di qualsiasi blog, perché troppo ci sarebbe da scrivere, da ribattere, da ricordare, da commentare.

La riflesssione maggiore che mi pongo è questa: ho letto poco sull'omosessualità e qualcosa in più sull'abuso infantile.

Che c'entra l'abuso infantile?
Purtroppo pare che c'entri!

Diversi libri enunciano delle ricerche per cui sembra che una delle conseguenze dell'abuso infantile sui bambini maschi sia proprio l'omosessualità in età adulta.

La maggior parte dei casi descritti da Nicolosi, parlano di abusi subiti in età infantile da adulti, fratelli, amici un po' più grandi...

Non so se l'abuso infantile possa causare effettivamente l'omosessualità, certo è che quando ho letto questo libro, il collegamento alle ricerche fatte sulle conseguenze dell'abuso infantile mi è venuto spontaneo.
Consiglio di leggere il libro di Nicolosi a chiunque si 'interessi' per qualsiasi motivo di omosessualità maschile.
sabato 24 novembre 2007

Riflessioni sulle tecniche riabilitative per l'autismo


Scrivendo un articolo informativo per i genitori in cui vengono elencate le varie tecniche educative o riabilitative o abilitative (come le si vuole chiamare, ovviamente ogni termine presuppone un pensiero diverso!), mi sono resa conto che sono quasi tutte sovrapponibili.

Da ciò sono scaturite alcune domande che mi pongo e a cui non so dare una vera e propria risposta.
Ma, andiamo per ordine (per quanto possibile vista la vastità dell'argomento).

Prendendo spunto dalle "Linee guida per l'autismo - Diagnosi e interventi" della SINPIA, posso dire che gli interventi giucati migliori dalla società Italiana di Neuropsichiatria sono:

- Gli approcci comportamentali (ABA, Discrete Trial Training, il modello UCLA, interventi neocomportamentali, LEAP);
- Gli approcci evolutivi (Denver Model, DIR Model, TED, CHU - solo in Italia, rispetto a tutto il mondo, viene menzionata tra questi metodi la psicomotricità);
- Il programma TEACCH, come modello di presa in carico.

In Italia le famiglie che decidono di seguire un modello di intervento appartenente all'approccio evolutivo sono la minoranza, a confronto di una quasi totalità di famiglie che decidono di seguire approcci di tipo comportamentale.
Almeno questa è la tendenza degli ultimi 5 anni circa.
Si può sicuramente dire che in questo momento in Italia le tecniche comportamentali, soprattutto l'ABA, stanno 'sulla cresta dell'onda'.

Soffermo quindi l'attenzione agli approcci comportamentali (le altre domande le scriverò in un altro post più avanti, l'argomento è veramente ostico e vasto!).

Scrivendo l'articolo informativo di cui sopra, mi sono resa conto che si parlava di tecniche comportamentali molto tempo fa, ad esempio si può parlare del Metodo Portage come un metodo che utilizza tali tecniche. Trascrivo testualmente dal manuale di istruzioni del suddetto: "nella programmazione di uno specifico lavoro educativo [...] è prevista una precisa successione di tappe. Si inizia scegliendo un comportamento meta da raggiungere gradualmente attraverso la scomposizione nell'analisi del compito [...]. Le procedure di insegnamento prevedono: la riduzione progressiva dell'aiuto, il rinforzo, la concatenazione, criteri di masterizzazione". Il Metodo Portage è nato alla fine degli anni '60.

Sono le 'classiche' tecniche comportamentali dell'approccio ABA, eppure oggi il metodo Portage è rifiutato dalla maggior parte dei genitori e reputato 'vecchio'. Perché?

Anche il programma TEACCH prevede un momento in cui si debbano insegnare nuove abilità utilizzando delle tecniche strutturate (utilizzando il 'tavolino dell'apprendimento') e il rinforzo. Anche in questo programma si utilizzano le principali tecniche comportamentali.
Anche questo programa viene rifiutato. Perché?

Inoltre il Denver Model, che viene menzionato nelle linee giuda tra gli approci evolutivi, in altri libri viene invece descritto come un metodo che integra l'approccio comportamentale classico con quello neocomportamentale. Perché?

Nascono come funghi nuovi Metodi che utilizzano le tecniche comportamentali o una integrazione di queste. Non è certo facile per un genitore orientarsi in tutto questo marasma.

E gli esempi possono andare avanti letteralmente all'infinito.

Quello che mi rende più perplessa è:
- perché anni fa un metodo come il Portage non è stato preso in considerazione e tutt'ora non viene preso in considerazione, anche se segue uno degli approcci più in auge del momento?
- perché la continua 'nascita' di nuovi metodi che altro non sono che l'integrazione di tecniche comportamentali già presenti da decenni?

Tempo fa, ho visto il film di Truffaut "Il bambino selvaggio", un film del 1960 che racconta di Victor, un bambino trovato nelle foreste dell'Aveyron in Francia alla fine del '700.
Victor viene educato da Itard, un medico francese pioniere dell'educazione speciale.
Nel film si vede chiaramente che il medico francese utilizza tecniche comportamentali per l'educazione di Victor.
Sembra che questo si sia dimenticato e che le tecniche comportamentali nella riabilitazione si siano scoperte da un tempo relativamente recente. Perché?
lunedì 12 novembre 2007

La Terra del Rimorso

Il libro (La terra del rimorso) te tratta di una ricerca antropologica sul fenomeno del tarantismo pugliese. Fenomeno nato nel Medioevo e prolungatosi sino alle ultime tracce che attualmente si osservano nella Penisola Salentina.

E' un libro che mi ha fatto entrare completamente in un'altra epoca, in una cultura diversa, nel mito, nel rito, nella religiosità e nel paganesimo, nella magia e nel dolore della malattia.

Mi è risultato affascinante comprendere visceralmente il perché del numero maggiore di donne pizzicate dalla tarantaa rispetto agli uomini; dell'incalzare degli strumenti musicali che aiutano nella 'catarsi' del veleno inflitto con il morso; dell'esposizione della classe dei contadini all'incontro con il ragno; del collegamento con l'economia del luogo.

L'aspetto che mi ha più colpito è la pssionalità che caratterizzava il rapporto fra la tarantata, i suonatori e gli strumenti: la tarantata, colei che era stata morsa dal ragno, eseguiva con il corpo movimenti in completa sintonia con il ritmo della musica, in un rapimento totale.

La danza, che viene eseguita alla presenza di suonatori, coristi e familiari, ha lo scopo di 'esorcizzare' la malattia procurata dal morso della taranta, per arrivare poi al momento della 'guarigione'.
I due strumenti leader sono il violino e il tamburello: il primo melodico, l'altro rappresenta invece il ritmo, insieme all'organetto e alla chiatarra.
Il ritmo varia da più melodico a più incalzante e la tarantata, all'unisono con gli strumenti, si muove di conseguenza partendo da una posizione supina, poi prona fino ad alzarsi improvvisamente per continuare una danza ricca di saltelli.
La coreografia è variabile, spesso ricca di nastri colorati.

Il libro è inoltre corredato da fotografie che ritraggono diverse tarantate al momento della danza.

Un documento storico e antropologico veramente interessante.
lunedì 5 novembre 2007

Il 'randagio'

Credo che per capire cosa sia il randagismo, si abbia bisogno di tener presenti diversi concetti, tra cui: animali da compagnia, urbanizzazione, sterilizzazione, addomesticare, ambiente naturale, per poi integrarli insieme e riflettere, poiché ognuno di essi contribuisce in piccola parte alla nascita del concetto di 'randagio'.

Da Wikipedia (l'enciclopedia online) si legge che l'animale da compagnia è un animale allevato e mantenuto da esseri umani per diletto.
Gli animali da compagni sono ultimamente aumentati per razza: si trovano pesci, rettili, anfibi, e i più comuni come cane e gatto.

L'urbanizzazione è quel fenomeno per cui molti abitanti delle campagne sono andati a vivere nelle città/metropoli per diversi motivi.

La sterilizzazione è quel processo per il quale un essere che ha la capacità di riprodursi viene impossibilitato a procreare.

Per addomesticamento si intende un processo per cui un animale viene resa domestico, cioè abituato alla convivenza con l'uomo e al controllo da parte di quest'ultimo.

Per ambiente naturale si intende l'insieme di fattori che influenzano gli esseri viventi, spontaneamente regolati dal corso della natura.

Ora, cerchiamo di vedere ognuno di questi 'concetti' contestualizzato e collegato al primo, cioè a 'animali da compagnia'.

Facciamo un esempio con il gatto.

Il gatto è un animale da compagnia, allevato e mantenuto dagli esseri umani per diletto.
Il gatto è anche un animale facilmente addomesticabile: vivere in casa con un animaletto del genere procura veramente pochi compromessi da parte del suo padrone.

La parola 'addomesticare' mi fa anche pensare al famoso stralcio che viene spesso riportato del libro di De Saint-Exupéry "Il piccolo principe":
...il Piccolo Principe incontra una volpe e le dice "Vieni a giocare con me, ..."
-"Non posso giocare con te, non sono addomesticata"
-"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
-"Vuol dire 'creare dei legami'"
-"Creare dei legami?"
-"Certo, tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".

L'addomesticamento quindi riguarda il legame che ci unisce all'altro, che ci crea l'abitudine verso di lui, verso il suo modo di essere, che ce lo fa conoscere e accettare per quello che è.
Spesso le persone che hanno un gatto lo lasciano libero di girovagare fuori casa per poi accoglierlo la sera o nei momenti della razione di cibo, ma altrettanto spesso il gatto è tenuto costantemente in un appartamento.

E' un animale che si adatta molto, anche in piccoli spazi perciò vive bene anche 'chiuso' in casa.
Credo che alle origini il gatto non era un 'animale da compagnia' e non era addomesticato, ma viveva libero nel suo ambiente naturale: la natura, appunto.

E' facile pensare che l'addomesticamento del gatto sia molto antico, parlando di un rapporto in cui gli uomini e il gatto vivevano in un contesto molto a contatto con la natura (visto che gli appartamenti in palazzi sono relativamente recenti o 'loculi').

Con l'urbanizzazione le abitudini si sono trasformate, e molte persone che non hanno rinunciato alla compagnia del micetto se lo sono portato nel loro appartamento di città.

Ed è qui che credo sia cominciato a nascere il randagismo così come lo intendiamo oggi.

Le città e le metropoli le abbiamo create noi uomini e abbiamo costretto gli animali ad accettarle.
L'urbanizzazione è talmente cresciuta (e continua a crescere) che ormai stiamo invadendo ogni luogo (dove prima c'era un prato ora c'è un palazzo), relegando gli animali in piccoli spazi e chiamandoli 'randagi' quando li troviamo scomodi.

In pratica chiamiamo 'randagio' un animale che vive nella natura o in quel poco che ci rimane. Cioè che vive 'fuori' dal nostro appartamento.

Abbiamo addirittura creato il concetto del 'problema del randagismo' per cui ci permettiamo di castrare (rendere sterili) degli animali per combattere una cosa creata deliberatamente da noi.

In città i gatti, non avendo più spazi in cui vivere, si ritrovano a condividere luoghi ristretti addirittura cambiando la loro natura 'solitaria' e vivendo in gruppi più o meno numerosi!

Ormai si è perso il controllo: la linea è stata superata e non si sa più quale sia il comportamento giusto da mettere in atto:
-c'è chi dice che gli animali non devono vivere in casa;
-c'è chi vuole gli animali in casa e li compra in negozio;
-c'è chi li vuole in casa ma cerca i cuccioli abbandonati;
-c'è chi li castra e chi è contrario;
-...
Per gli animali che vivono in città le difficoltà sono molte, quindi prendere un animale in casa è sicuramente un modo per aiutarlo e, se per prenderlo in casa bisogna castrarlo, che dire, che pensare: credo sia meglio castrarlo che farlo vivere di stenti o addirittura farlo morire. Ma è una opinione.

E' però importante tenere a mente che, una volta accolto in casa, qualsiasi animale non si può rendetelo dopo poco tempo un 'randagio'!

Non si può fargli provare cosa vuol dire 'abbandono'!

Una volta accolto in casa e addomesticato, la vita dell'animale dipende da noi, ne abbiamo la piena responsabilità.

Quasi tutti gli animali abbandonati muoiono nel giro di pochi anni per incidente o per depressione: la colpa è di chi li abbandona!
giovedì 18 ottobre 2007

Il cacciatore di aquiloni

Già dopo poche pagine ero completamente immersa nella storia di Hassan e Amir e del loro amore per l'Afghanistan.
Nel libro, scritto in prima persona da Amir, viene raccontata la storia di amicizia tra Amir stesso e Hassan che, per varie vicissitudini, condividono la stessa infanzia, finché accade un episodio che li allontanerà per tutta la vita.

La vita di Amir sembra scandita dal rapporto con suo padre, Baba, descritto come un uomo con una forte personalità, deciso, risoluto e con una profonda integrità morale.
Amir sente che in qualche modo non possiede la stima di Baba, si sente rifiutato e preso poco in considerazione, a favore invece di un rapporto diverso che Baba intesse con Hassan.
Amir passa la sua vita a rincorrere la stima di quest'uomo, del padre, passando sopra a qualsiasi cosa, sacrificando il rapporto con il suo amico Hassan.
Tale 'sacrificio' darà una svolta alla vita di entrambi che cambierà drasticamente (anche con l'aiuto della guerra).

Ma...poco a poco, la figura di Baba perde di importanza agli occhi di Amir, assumendo una connotazione più realistica, finché, dopo la scomparsa del padre, Amir riuscirà ad affrontare il se stesso dobole e a diventare l'uomo forte che è sempre stato.

Il libro è pieno di risvolti psicologici. Un libro importante e interessante anche dal punto di vista professionale.
lunedì 15 ottobre 2007

Noi e l'ambiente

Bloggers Unite - Blog Action Day Navigando su internet si trovano con facilità notizie del genere: 1. Il Mar Mediterraneo è il più sporco del mondo: pieno di spazzatura galleggiante, idrocarburi e altri inquinanti. 2. Il Parmigiano-Reggiano è fatto con latte di mucche che vengono nutrite con soia geneticamente modificata. 3. Oltre 100 pesticidi sono presenti nelle acque italiane. 4. I profumi e i detergenti inquinano senza lasciare traccia. Purtroppo ne fanno le spese anatre, beluga e orsi polari che ne risultano gravemente intossicati. 5. Il Polo Sud comincia si sta sciogliendo. Il fenomeno è conosciuto da circa 30 anni. 6. L'Italia custodisce circa 20 testate nucleari americane. 7. Le scorie di alcuni impianti nucleari intaliani, non più in uso, si disperdono nell'ambiente. 8. In molti cibi che mangiamo o beviamo ci sono OGM a nostra insaputa. Dov'è la libertà? 9. Le foreste, i boschi, alcuni animali stanno scomparendo per mano dell'uomo. 10. Ieri ho percorso in macchina un tragitto di circa 20 km e ho contato 8 guidatori (persone, esseri umani) che hanno buttato carte, pacchetti di sigarette vuoti, fazzoletti di carta ecc. dal finestrino della loro macchina. Impegnamoci tutti dalle azioni più piccole e giornaliere a cercare di non danneggiare ulteriormente il posto in cui viviamo (che non finisce entro il perimetro della propria auto)! Quindi: GRAZIE PER NON AVER BUTTATO SPAZZATURA DAL FINESTRINO DELLA TUA MACCHINA!

Attraente, originale...emotivamente pericoloso

L'autrice, una psicologa, racconta la sua storia d'amore con un uomo con la sindrome di Asperger. Solo dopo aver vissuto un periodo di vita con lui, solo dopo aver cercato di condividere la propria vita con Danny e non esserci riuscita, Barbara Jacobs si accorge che il suo uomo è affetto dalla sindrome di Asperger.
Si ritrova accanto un uomo che promette e non mantiene, che non riesce a trovare un lavoro stabile o a non farsi licenziare, che indispettisce, che alimenta di continuo speranze e desideri che non vengono mai esauditi.

Dopo un appuntamento preso, Barbara si ritrovava ad aspettare Danny all'infinito finché, stanca, non si arrendeva all'evidenza che Danny era 'sparito' e lei era 'sola'. Ciò accadeva spesso:

"Alle otto e mezza (dopo un ritardo di Danny ad un appuntamento), sonnecchiando e guardando l'orologio, mi autorizzai a iniziare a fare le telefonate, perima di tutto al proprietario dell'albergo. Non aveva visto Danny. Poi al suo ex-socio in affari. Non lo aveva visto neanche lui. [...] Alle undici, dopo un altro frenetico giro di telefonate, qualcuno bussò alla porta. Ed ecco Danny, con un ampio sorriso. 'Dove sie stao?' gridai. 'Panino con bacon? disse. Ero confusa. Così questa era una spiegazione per essere scomparso dodici ore? Entrò sfilandomi davanti imperturbato. ?Leon ed io siamo andati al negozio di kebab ma era chiuso. Così mi ha invitato a casa sua per un panino col bacon. Ecco dove sono stato. Ho dormito su una sedia'. 'E non hai telefonato per dirmi dove andavi? Avevi detto mezz'ora! E' mezz'ora questa?' 'Non volevo svegliarti' spiegò. Fu in quel momento che mi resi conto che non saremmo mai riusciti a colmare lo scarto tra la sua sindrome di Asperger e la mia ansia e preoccupazione innate per il benessere delle persone che amo. Non aveva considerato neanche per un momento che mi sarei potuta preocupare a morte".
La cosa che mi ha colpito maggiormente, che mi inquieta, è che è capitato ad una psicologa: non si è accorta che il suo uomo era un Aspie ('gergo' utilizzato dagli Asperger stessi per definirsi) e questo le ha procurato una enorme sofferenza ed una enorme fatica per poter lasciare andare quest'uomo pieno di un fascino particolare e pericoloso.
Penso che l'enorme difficoltà dal tirarsi fuori da una storia del genere è che le persone come Danny prendono la partner come punto di riferimento dando all'altro la sensazione che senza di loro non ce la possono fare. Queste persone emanano una enorme fragilità mista ad una sensazione di protezione: si pensa di aver trovato quello che si cercava da sempre.
Purtroppo, è difficilissimo stare insieme ad un Aspie: la realtà chiama inesorabile alla vita di tutti i giorni fatta di regole stabilite che devono essere rispettate. Ma non è solo questo.
Un Aspie, in qualche modo, fa sentire l'altro profondamente solo.
E' questo che distrugge.

Nel libro si trovano anche delle testimonianze di molte altre donne che vivono o hanno vissuto la stessa esperienza della scrittrice, oltre che informazioni sulla natura della sindrome.

Un libro da leggere.
lunedì 8 ottobre 2007

I Santi Innocenti

E' il libro inchiesta sulla pedofilia nel mondo.
Camarca, l'autore del libro, è un giornalista che per poter entrare nel giro della pedofilia, si finge egli stesso un pedofilo. In qualche modo, riesce così a denunciare una realtà che promuove questi comportamenti, una società che sa e fa finta di non sapere.
Camarca riesce ad entrare nel giro anche sfruttando la rete di internet, da cui raccoglie molte informazioni.

Nel libro viene descritta la diffidenza dei pedofili e la fatica con cui riesce a superarla, a spese, fra l'altro, della sua integrità mentale. Comincia a bere.

Tra le tante cose che ho notato nel libro, ne riporto alcune:
- Bologna è una città che ricorre spesso, anche come "centro di smistamento per materiale pedopornografico";
- nell'universo dei pedofili ci sono alcune professioni che ricorrono spesso, come pediatri, sacerdoti, insegnanti, istruttori di palestra, assistenti handicap, fotografi di battesimi e comunioni, rappresentanti dello spettacolo;
- la California, altro luogo ricorrente;
- è raro che su internet i pedofili parlino con la loro lingua d'origine.

Viene descritta anche la condizione in cui questi bambini vivono: terrificante!

Il solo pensare che un adulto ne possa approfittare, e ne approfitta, violentando queste anime bianche mi annienta, ma ancora di più mi annienta sapere che altri adulti sanno e non fanno niente per cambiare la situazione.

Il bambino con autismo a scuola

I bambini con autismo sono una sfida per tutti. Ma per la scuola, così come in Italia è concepita, lo sono 100 volte di più.

Tutti i bambini passano a scuola gran parte del loro tempo.

Tutti i bambini che vanno a scuola imparano. Imparano mentre stanno seduti e ascoltano la maestra, imparano durante la ricreazione, imparano quando si scambiano opinioni tra di loro, imparano guardando ed osservando sia i compagni che gli adulti, imparano persino quando non stanno attenti!

E il bambino con autismo?

Per lui la situazione è diversa. Non impara mentre la maestra parla, non impara durante la ricreazione, non impara in tutte le situazioni in cui gli altri imparano, non impara mentre si “riposa”.

Come mai?

Perché ha bisogno che l’ambiente venga modificato.
Perché ha bisogno di tecniche di apprendimento strutturate.
Perché, quindi, la modalità con cui imparano gli altri non va bene per lui.
Perché mentre gli altri anche quando si riposano, imparano, lui no.

La scuola fa fatica a comprendere tutte queste cose, probabilmente perché, abbandonata a se stessa, senza degli aggiornamenti specifici e pratici, approfondimenti. Dove, l’imparare facendo, la maggir parte delle volte, non riguarda l’ambito dell’handicap o almeno non dell’autismo.

Accogliere un bambino con autismo a scuola significa necessariamente cambiamento.

Cambiamento sia nell’organizzazione sia e soprattutto di mentalità. Ed è proprio il cambiamento della mentalità che risulta più difficile, fino a diventare una vera e propria “barriera architettonica” o “barriera mentale” o “barriera di mentalità”.

Insegnare significa, in senso letterale, imprimere. Nel dizionario insegnare significa esporre e spiegare in modo progressivo una disciplina, un’arte un mestiere e altro, a qualcuno perché li apprenda.

Il modo in cui apprende un bambino che appartiene alla categoria “autismo” (che sia grave o lieve come nell’Asperger) è DIVERSO dalla modalità con cui apprendono i bambini che non sono autistici.

Questo significa che mentre un bambino normodotato è capace da solo a capire cosa è superfluo e cosa è importante per apprendere una determinata cosa, il bambino con autismo non riesce a fare questa operazione. Sapendo questo, è l’adulto incaricato di provvedere a semplificare il compito, togliendo il superfluo e insegnando solo ciò che è importante.


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La nostra squolaAlunno: maestra, scuola si scrive con la "C".
Maestra: si, ma solo quando è corretta
martedì 2 ottobre 2007

OGM? No, grazie!

E' iniziata la campagna di "Liberi da OGM"!!
Se siete d'accordo votate SI per un mondo libero dagli Organismi Geneticamente Modificati.

Potete votare andando su http://www.liberidaogm.org/liberi/default.php?flash=si

Noi tutti siamo quello che mangiamo!

Perché no agli OGM:

- Ci sono grandissimi dubbi da parte di un numero crescente di scienziati di buonsenso, circa gli effetti che i prodotti ottenuti da piante geneticamente modificate possano direttamente, o indirettamente attraverso la catena alimentare, influire sul metabolismo dell'uomo. Primo fra tutti il procedimento introdotto per rendere sterile la pianta: come impedire che non si trasmetta su animali e persone ?

- La resistenza agli erbicidi, una delle modifiche più importanti, può essere trasferita a tutte le piante della natura, comprese quelle cosiddette infestanti, che diventerebbero a loro volta resistenti agli erbicidi.
E' pretestuosa quindi l'affermazione che le nuove sementi potrebbero risolvere il problema dei parassiti eliminando l'uso degli antiparassitari di sintesi. Ad essi si dovrà alla fine far comunque ricorso ed in dosi massicce.

- Le multinazionali dell'Agribusiness promotrici di questa nuova "rivoluzione" sono interessate ai propri profitti e non, come dicono nella loro pubblicità a "salvare l'umanità dalla fame". Infatti a soffrire la fame sono proprio i contadini poveri ed i braccianti che non hanno accesso alla terra ed agli altri fattori produttivi acqua, sementi che sono sempre più nelle mani di grandi organizzazioni produttive e finanziarie, che dominano anche i mercati mondiali. La brevettazione delle sementi esaspererebbe ancora più questa concentrazione di potere e quindi la fame dei poveri.

- I semi modificati geneticamente, vengono brevettati, in alcuni casi resi sterili, quindi non si possono utilizzare per una moltiplicazione in azienda, obbligando i contadini a riacquistarli ogni anno.

- La temuta affermazione di sementi brevettate che generano piante e frutti di un certo tipo, imposte ai consumatori con la pubblicità consumistica e dalle grandi catene di distribuzione, porterà inevitabilmente alla perdita della maggioranza di specie e varietà naturali, selezionate nel tempo, e ognuna adatta ad un determinato territorio, clima, risorse idriche ecc. (http://www.rfb.it/ )

- È la prima volta che un prodotto transgenico, autorizzato per il consumo umano e animale, mostra segni di tossicità. È il caso del mais Ogm MON863, prodotto dalla Monsanto e autorizzato dalla Commissione europea. A rischio reni e fegato. Lo rivela una nuova ricerca (...) .Greenpeace sostiene da tempo che i dati forniti dalla Monsanto non sono rassicuranti. Purtroppo le autorità competenti - e tra queste l’Autorità europea per la sicurezza alimentare [ EFSA ] - hanno sempre minimizzato, considerando le scoperte fatte nel tempo dai ricercatori indipendenti “non biologicamente rilevanti”.
Il 13 gennaio 2006 la Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione di questo mais. Sia per il consumo umano che per uso mangimistico. Contro la volontà della maggioranza degli stati membri. Nonostante i dati in questione siano stati oggetto di un feroce dibattito fin dal 2003, quando differenze significative sono state identificate nel sangue degli animali nutriti con il MON863.
Dopo questo grave scandalo, l’attuale sistema autorizzativo per gli Ogm ha perso ogni credibilità. Greenpeace chiede il totale e immediato ritiro dal mercato del mais Monsanto MON863. Una nuova valutazione di tutte le altre autorizzazioni concesse a prodotti Ogm. E una precisa revisione dei metodi analitici utilizzati. (http://www.globalproject.info/ )

...come potete immaginare basta mettere OGM su google e ne escono di tutti i colori.

Votate Si in tanti:
è un piccolo gesto per dire BASTA a ciò che non vogliamo;
è un gesto di collaborazione tra persone che la pensano allo stesso modo;
è un gesto per cercare di vivere in un modo un poco più dignitoso.
domenica 30 settembre 2007

Anoressia

"L'anoressia, che non è un disturbo dell'alimentazione ma una sofferenza dell'inconscio, non la si può aggredire a suon di campagne pedagogiche di stato, né di grancasse mediatiche". Così Dominijanni su Il Manifesto di ieri ha commentato la campagna pubblicitaria "No Anorexia" firmata Oliviero Toscani."Deleteria dal punto di vista della prevenzione", spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare, Palazzo Francisci di Todi. "Le ragazze che hanno questo problema, quella fotografia non la trovano per niente orribile, loro vogliono essere così". Se Oliviero Toscani è riuscito a fare cose interessanti in altri ambiti, "non ha capito l'anoressia". Da sempre provocatore, Oliviero Toscani, si è lanciato su un argomento quello dell'anoressia, tanto tabù quanto in voga, forse senza però averlo compreso."Sensibilizzare va bene, ma non così; infatti la maggior parte delle persone che si occupano, dal punto di vista 'tecnico', del problema sono state contrarie. E non per ragioni moralistiche, ma perchè questa scelta comunicativa non è efficace", continua Dalla Ragione.Sostegno, invece, è arrivato forse un po' incautamente, dalla Ministra Livia Turco che ha dichiarato di apprezzare sia i contenuti sia le modalità di realizzazione della campagna: "Un'iniziativa come questa è uno strumento da prendere in assoluta considerazione".Se è vero che da un lato è un'immagine che rompe l'ipocrisia - la stessa ragazza del manifesto di Toscani vestita sfila senza che nessuno dica nulla - dall'altra non basta un'immagine scioccante, ma priva di alcun tipo di feedback, come puntualizza Dalla Ragione."Sensibilizzare significa anche spiegare, ad esempio, che esiste una cura, mentre la foto lancia un messaggio molto ambiguo"; il rischio è che nelle persone normali generi una sensazione di repulsione piuttosto che una disposizione a prendere in carico le persone sofferenti, mentre per le persone che hanno il problema un corpo così è normale.Il manifesto non "raggiunge" molti, ma prendendo in prestito le parole di Dominijanni: "da stasera sulle anoressiche ricomincerà la grande abbuffata di prediche in tv officiate da Vespa, con esperti di ogni risma pronti a sentenziare questo e quell'altro pur di ammutolire, ancora una volta, il sintomo anoressico e quello che esso manda a dire". norina wendy di blasio Fonte: www.ilpensiero.it
lunedì 24 settembre 2007

Tra un'ora, la follia

E' un libro che mi è piaciuto molto: si susseguono 19 racconti in cui Andreoli identifica delle storie che vanno ad essere inserite in una zona della psiche umana che qualcuno chiama "zona grigia" definendola come una zona in cui si cancella il confine fra la normalità e la follia.

Questo mi ha fatto riflettere: perché, esiste una zona dove la normalità si compenetra nella follia e, non si distunguono?!?

No, non per me! Se non si distingue la 'normalità' allora già non lo è più! E di sicuro non c'è niente di 'normale' nei racconti di questo libro. Sempre se come 'normale' si intende un comportamento corretto verso se stessi e verso gli altri, un comportamento che non lede l'integrità e la dignità di nessuno.

Non credo che sia questione di "zona senza confini", credo piuttosto che in questi casi si sia andati oltre il confine e si 'sguazzi' nella follia.

Che, poi, la follia si incontri nel quotidiano, è un'altra cosa.

Che, poi, spesso ciò che si reputa 'normalità' appartiene alla follia, è un'altra cosa.

Che, poi, la follia vissuta quotidianamentefa sembrare il folle meno folle, è un'altra cosa.

Che, poi, la cultura trasmette e in qualche modo approva, anche 'involontariamente', comportamenti folli facendoli sembrare normali, è un'altra cosa.

Che, poi, si compiono azioni da folli dicendo che 'non c'è niente di male' o trovando una scusa come giustificazione, è un'altra cosa.

Che, poi, sempre meno persone si scandalizzano davanti agli orrori della follia, è un'altra cosa.

Che, poi, si è sempre pià concentrati sul soddisfacimento delle proprie pulsioni anche a discapito di noi stessi e di altre persone (figli, nipoti, madri e padri, parenti vari, amici...), è un'altra cosa.

Sono tutte cose orribili, per cui invoco lo "scandalo"!
domenica 16 settembre 2007

Felix è morto!

E’ morto Felix, il macaco nato nel laboratorio di vivisezione della Oxford University con il solo scopo di essere una cavia. Del resto il genoma del macaco è uguale al nostro per il 97,5%, e proprio per questo alcuni esseri umani si sentono in diritto di poter disporre a proprio piacimento della sua vita.

Felix è morto dopo un anno di torture!

Sapete, il progetto è iniziato nel 2006 e durerà ancora per 4 anni: per ogni anno sono previsti due macachi per esperimenti, che poi verranno uccisi dalle stesse persone che lo faranno nascere e che lo tortureranno per un anno intero.

Stanno facendo una campagna che raccoglie consensi per la difesa dei macachi:

http://www.speakcampaigns.org/felix/rip.php

Firmate in tanti, basta un clic.
sabato 15 settembre 2007

Gattomania


Possiedo un gatto da 7 anni. Come tutte le persone che hanno un animale, penso che la storia di Leo (è il suo nome) è particolare e diversa rispetto a quella di tutti gli altri gatti…ed effettivamente la sua è proprio diversa :-)

Leo è un micio molto delicato, per via della sua storia: quando l’ho trovato non aveva peli, mi entrava nel palmo della mano, gli occhi erano ancora chiusi e…non era molto chiaro che animaletto fosse. I primi sei mesi circa li abbiamo passati più dal veterinario che a casa.

Non voglio tediarvi con la storia di Leo ma, vorrei scrivere alcuni consigli che ho imparato dai veterinari e leggendo libri sui gatti per saper valutare il suo stato di salute.
Purtroppo quando il gatto sta male non sempre lo comunica in modo diretto e noi padroni possiamo capire se sta male solo dal suo comportamento: cosa non sempre così semplice poiché si tende a sottovalutare alcuni segnali.

Come primo argomento ho scelto il “vomito”. Cosa fare se il vostro gatto vomita spesso?
Per prima cosa bisogna controllare il tipo di vomito e/o il momento in cui succede:

¨ Se vomita subito dopo aver mangiato, non preoccupatevi, probabilmente ha ingerito il cibo con molta foga. Generalmente il consiglio è quello di diminuire la dose di cibo che si dà aumentandone la frequenza. Leo emetteva questo comportamento: quando gli si offriva il cibo, spesso vomitava subito dopo aver mangiato con foga (probabilmente per la fame sofferta da cucciolo), la cosa si è risolta spontaneamente poiché ho cominciato a dargli la razione giornaliera di cibo tutta insieme e lui, nel giro di poco tempo, ha imparato a regolarsi. Ormai è completamente autonomo e non vomita più! Purtroppo non tutti i gatti imparano a regolarsi: avendo il cibo tutto disponibile fanno solo delle grandi scorpacciate, ma tentar non nuoce.
State attenti però, perché un’altra causa del vomito è proprio che il micio ha mangiato troppo!
¨ Se il gatto vomita lontano dai pasti, purtroppo è potrebbe essere grave, come ad esempio un avvelenamento. Potete tenere il gatto a digiuno per 24 ore circa e vedere se la situazione migliora, ma vi consiglio di fare un salto, o almeno una telefonata, dal vostro veterinario di fiducia (che vi consiglio sempre di avere!).
¨ Se il vomito consiste in saliva e/o del muco chiaro (a volte con la presenza di fili d’erba e peli) è un comportamento normale poiché il gatto sente il bisogno di “pulirsi” per eliminare il pelo ingerito nel lavarsi.
¨ Se vomita sangue non dategli assolutamente né da bere né da mangiare e portatelo subito dal veterinario. Controllare il tipo di sangue vomitato (se chiaro, scuro, coagulato, con cibo o senza…). Attenzione a non confondere il muco con la schiuma: in questo caso va portato subito dal veterinario!
¨ Altre cose da tenere presenti in caso che il gatto vomiti spesso e/o insolitamente sono tutti gli altri motivi da cui può dipendere il vomito: infezioni o patologie renali, vermi, malattie dello stomaco e dell’intestino, peritonite, bronchite.

Ovviamente non sono un veterinario, quello che so è per esperienza (che può essere diversa da persona a persona) o per averlo letto da qualche parte, vi consiglio quindi di interpellare il vostro veterinario prima di intraprendere qualsiasi azione in merito al problema del vostro ‘micetto’.
mercoledì 12 settembre 2007

Automobilisti, pedoni e 'zebre'!

Il rapporto tra pedoni e automobilisti non è mai stato un rapporto tranquillo, ma
ultimamente le cose stanno degradando ulteriormente:
- mogli di illustri signori italiani investite mentre attraversano sulle strisce;
- pedoni che vengono insultati perché camminano troppo lentamente mentre attraversano;
- automobilisti che quando vedono un pedone in procinto di attraversare sulle “zebre” invece di rallentare, accelerano;
- pedoni che insultano automobilisti che non si fermano.

Le cronache sono ormai piene di articoli dove il ‘povero’ pedone che, ricordiamolo, sulle strisce ma solo sulle strisce, ha la precedenza rispetto all’automobilista, deve faticare per attraversare rimanendo incolume (qualora non ci fossero semafori o percorsi pedonali deputati a gestire il problema).

I pedoni hanno ragione!

Del resto sono vulnerabili rispetto a chi sta comodamente seduto sulla propria macchina a farsi ore e ore di traffico (almeno in una città come Roma!).

Posso parlare sia da pedone che da automobilista, visto che non sempre ho la possibilità di utilizzare la macchina.

Come pedone posso effettivamente confermare che da un lato c’è molta arroganza, strafottenza e maleducazione da parte degli automobilisti che pensano di “essere padroni della strada” (frase letta in diversi blog dove si parla dell’argomento!): noi poveri pedoni (in questo momento sono un pedone!) per attraversare la strada rischiamo di continuo di essere messi sotto una macchina che non si ferma, anche quando abbiamo la precedenza.
Diverse volte ho rischiato che una macchia o anche un motorino mi facesse male e, mi sono presa anche degli insulti alquanto irripetibili!
Molte volte mi è capitato che, in procinto di attraversare (sempre sulle strisce) mi si sia accodato un signore/a anziano che non riusciva ad attraversare da solo!
Troppe volte mi sono chiesta perché in Italia, visto che pago le tasse, non possano mettere un semaforo a richiesta (magari che funzioni solo a richiesta!), oppure fare dei piccoli ponticelli, oppure dei sottopassaggi, certo non dappertutto, ma un poco di più perché no!
Qualche anno fa sono stata in Norvegia per lavoro e mi sono meravigliata di come gli automobilisti se fermassero anche se solo avevano la percezione che il pedone stesse per attraversare: “che grande popolo!” ho pensato, che grande prova di civiltà e di rispetto verso il prossimo.

Devo comunque dire che gli episodi in cui gli automobilisti si fermano per far attraversare, sono in qualche modo aumentati.

Come automobilista, faccio una premessa: abito a Roma, nella zona a nord e lavoro a sud. In una città come Roma la cosa non è trascurabile. Quando sono in macchina ho sempre un occhio di riguardo per i pedoni…ma devo dire la sincera verità: mi fanno arrabbiare molto. Voi direte: ‘arrabbiati pure, sei un automobilista, noi pedoni ci facciamo male se ci investi e quindi abbiamo ragione noi’.
Beh, non è proprio così: anche i pedoni (così come noi automobilisti, chi lo mette in dubbio?) dovrebbero andare a frequentare dei corsi di educazione civica (ma a suola non si fa più?).
Vedete, a Roma in circa 100 metri di strada, ci sono almeno due gruppi di strisce pedonali e, sapete cosa succede, succede che i pedoni attraversano sul primo gruppo di strisce (che poi non ho ancora capito bene perché ma mentre attraversano e tu automobilista hai rallentato, rallentano anche loro!!! E’ una rivalsa?!?) e la macchina rallenta, poi si incontrano pedoni anche sul secondo gruppo di strisce pedonali e la macchina rallenta, poi i pedoni si incontrano anche TRA i due gruppi di strisce, cioè dove le strisce non ci sono, e la macchina rallenta!
Allora, se devo percorrere in questo modo circa 50 km al giorno andata e ritorno per Roma e in mezzo al traffico, con i pedoni che sbucano da tutte le parti, anche dove non te lo aspetti e anche dove spesso il semaforo è rosso (perché non possono aspettare il verde, vanno troppo di fretta!!!), beh, se permettete, mi fanno arrabbiare non poco, visto che così ci metto il doppio del tempo per fare i famosi 100 metri, figuriamoci 50 km!
Un collega automobilista, ultimamente, ha preso una multa di euro 200 e 4 punti patente tolti perché non si è fermato sulle strisce mentre passava un pedone (che ovviamente è incolume!), ma nessuno si è domandato quante altre volte l’automobilista si è dovuto fermare perché il pedone non rispetta i segnali stradali attraversando dove più gli fa comodo, e non ho mai sentito di pedoni che hanno preso multe così salate per aver attraversato fuori dalle strisce!

Credo che ci voglia educazione da entrambe le parti se si vuole raggiungere un modo di vivere basato sul rispetto. Ma credo anche che la responsabilità di questo sia da dare anche a chi gestisce il traffico e (non) offre le infrastrutture adeguate per chi deve semplicemente ‘uscire di casa’ per vivere.

Bene, come automobilista mi impegno a fermarmi se ci sono pedoni che attraversano sulle strisce e quando il semaforo è rosso, ma mi impegno anche a boicottare i pedoni che con il loro comportamento non dimostrano di rispettare l’automobilista infrangendo le regole che governano il traffico!
domenica 9 settembre 2007

Lo sbadiglio è contagioso?

Avete mai sentito il fatto che lo sbadiglio è così contagioso da dilagare in breve tempo a tutti i presenti in una stanza?

Bene, gli scienziati non sono ancora d’accordo sul fatto che lo sbadiglio sia contagioso!

Loro pensano che questo fenomeno dipenda dalla capacità di empatia che una persona possiede. E questa ipotesi che hanno fatto è supportata da uno studio in cui hanno mostrato persone che sbadigliano a bambini con un disturbo dello spettro autistico, con la conclusione che questi bambini non vengono “contagiati”.
L’empatia ricade nel concetto di “teoria delle mente” che significa essere capaci di comprendere i pensieri, i desideri, le opinioni delle altre persone. La teoria delle mente, quindi, ci permette di capire gli altri e di spiegarne e prevederne il comportamento.
Molti autori hanno dimostrato che questa abilità si costruisce nel tempo e che i bambini prima dei 3-4 anni non la possiedono.
Oggi molti danno per certo che la difficoltà maggiore per i bambini con autismo è data proprio dalla mancanza di teoria della mente
Il test più usato per vedere se il bambino possiede o meno questa capacità è il Sally-Anne, dove si presentano due bambole che si chiamano Sally e Anne, appunto, e si fa vedere che Sally mette una palla dentro una scatola e poi esce. Anne sposta la palla da una scatola ad un’altra mentre Sally è fuori. Poi Sally torna e…dove cercherà la sua pallina?
Il bambino deve capire che Sally crede che la palla sia ancora nella scatola dove l’ha messa prima di uscire, ma con i bambini con autismo questo non accade circa nell’86% dei casi, dove il bambino risponde invece indicando il posto dove la palla è dopo che Anne l’ha spostata.

In questo studio è stato formato un gruppo di bambini con autismo tra i 7 e i 15 anni e un gruppo altrettanto numeroso di bambini non diagnosticati autistici.

E’ stato fatto vedere un video dove delle persone sbadigliano ad entrambi i gruppi di bambini. Poi è stato mostrato un video di controllo dove delle persone aprono la bocca ma non sbadigliano e, successivamente, è stato mandato in onda un cartone animato.

Si è potuto quindi osservare che i bambini con autismo non sbadigliano né al video principale né a quello di controllo, dimostrandosi immuni dal “contagio dello sbadiglio”.

Sembra che questo tipo di studi possa aiutare la ricerca a capire i deficit di una mente non empatica come quella dei bambini che si trovano nello spettro autistico, in alcune psicopatologie e nella demenza.

Fonte: Bps-research-digest.blogspot.com
mercoledì 5 settembre 2007

Autismo e sostegno nelle scuole

TERAMO - Con la ripresa dell'anno scolastico tornano in primo piano le proteste per i tagli degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno agli alunni portatori di handicap. A sollevare il caso è Virginia Sacripante, residente a Monticelli, una frazione di Teramo, mamma di un bambino autistico di 6 anni che quest'anno si è vista notevolmente ridimensionare la quantità delle ore di sostegno assegnate a suo figlio: il piccolo avrà l'insegnante solo per 12 ore mezzo alla settimana e non per le 21 previste dalla normativa.

Conosco personalmente situazioni in cui il monte ore settimanale del sostegno per bambini affetti da questa patologia è di 5 a settimana. Veramente poche rispetto alla gravità della patologia!
Penso che la scuola debba ormai adeguarsi ai “nostri giorni”, giorni in cui le nascite di bambini portatori di handicap sono in aumento, in particolare per quanto riguarda la patologia autistica si parla di un vero e proprio stato di allarme dato che le statistiche parlano di un aumento esponenziale di questa patologia negli ultimi dieci anni, fino ad arrivare a 1 nascita su 160 circa.
In america già da qualche anno stanno cominciando ad adoperarsi per far fronte sia ai bambini autistici di adesso che agli adulti che un domani saranno.
In Italia siamo ancora molto lontani da tutto ciò, non solo per quanto riguarda l’organizzazione in generale del mondo della riabilitazione (di cui hanno bisogno queste persone) ma anche per l’organizzazione scolastica, dove la disorganizzazione la si ritrova nelle poche ore di sostegno offerte, ma anche nella preparazione degli insegnanti preposti che non risulta essere adeguata ai casi.
Non vuole essere una polemica sterile, ovviamente, ma si potrebbe anche pensare ad una formazione diversa degli insegnati di sostegno, che potrebbero studiare teorie e metodi adatti ad una particolare patologia!
Ma…in uno dei convegni organizzati dalla Erickson sull’integrazione scolastica, che ormai da qualche anno si organizzano a Rimini, è stato chiaramente detto da uno dei maggiori esponenti della stessa che il sostegno è spesso per gli insegnanti considerato come un “passaggio alternativo” per l’assegnazione della classe: si parlava di insegnanti di sostegno che entrano nella scuola con l’intento di insegnare alla classe passando “per la finestra”…
Se questo rispecchia la realtà, significa che ci sono veramente pochi insegnanti che scelgono di essere gli insegnanti di un bambino portatore di un handicap.


Il taglio è stato deciso dalla direzione scolastica regionale. «Nonostante io sia consapevole che mio figlio non potrà mai avere una vita normale con una famiglia, degli amici e dei propri figli», scrive in una lettera la donna, «vedo costantemente i suoi progressi. Nell'ultimo anno scolastico ha avuto un notevole cambiamento, soprattutto per ciò che concerne la sua vita sociale: ha in parte smesso di isolarsi e spesso cerca la mano del compagno per disegnare e colorare insieme. Come mamma mi chiedo perché ora mio figlio non possa più avvalersi a pieno del suo diritto di essere seguito a scuola, perché gli vengono ridotte le ore di sostegno in un momento così delicato, quando i miglioramenti sono ancora possibili. Perciò vi supplico di aiutarmi ed aiutarlo, e aiutare tutti coloro che sono nella mia stessa situazione. Vi chiedo di non negare una minima possibilità a chi ne ha bisogno. La scuola, l'istruzione sono diritti umani. Io credo che nessuno possa immaginare cosa significhi il termine autismo, cosa significhi a fondo, un po' per la mancanza di informazioni, un po' per la paura di vedere una realtà diversa. Solo chi come me vive lo stesso problema può capire, in parte, il mio disagio, il disagio di genitori distrutti che non possono dormire quando hanno sonno, non possono mangiare quando hanno fame, che sono atterriti ogni notte dal pensiero che il loro piccolo possa far del male a se stesso e agli altri».

E’ vero: potrei portare testimonianze di decine di genitori che vivono questa stessa condizione! Una condizione veramente di forte disagio. Tra l’altro in una delle ultime ricerche pubblicate su una rivesta della Erickson, viene riportato come la maggior parte dei genitori di bambini autistici abbia difficoltà ad insegnare delle routine quotidiane ai propri figli, scoprendo poi che a scuola, invece, sono riusciti nell’intento (nella ricerca si parla dell’uso corretto delle posate) e che successivamente i genitori sapendolo, sono riusciti anch’essi. Esempio di come una scuola che funzioni in questo senso sia fonte di supporto per le famiglie!
Nella lettera la donna lancia un appello a tutte le istituzioni affinché suo figlio possa avere l'insegnante di sostegno per tutte le ore previste dalla normativa, ma apre anche una finestra sulla realtà di tanti genitori che spesso si ritrovano soli a dover far fronte all'esistenza di un figlio disabile.

«Nei pochi attimi in cui il fratello maggiore riesce a coinvolgerlo in qualcuno dei suoi giochi», continua la donna, «vedo in lui una espressione di infinita gioia, di pura felicità e questo non può far altro che riempirmi il cuore. In questi momenti si fanno più forti le mie convinzioni, ossia che bisogna sfruttare al massimo questo periodo».


Fonte: www.superabile.it


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La nostra squola
Alunno: maestra, scuola si scrive con la "C".
Maestra: si, ma solo quando è corretta

Foreste: le stiamo salvando?

Il mercato dei «crediti di carbonio» è un incentivo a tagliare le foreste? Così sostengono alcuni biologi in uno studio pubblicato sul Journal Public Library of Science Biology. I «crediti di carbonio» sono una delle invenzioni del Protocollo di Kyoto sul clima, un cosiddetto «meccanismo di mercato» per aiutare i paesi a rispettare i proprio impegni (il Protocollo obbliga i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas di serra, in media del 5,2% rispetto al 1990 entro il periodo 2008 - 2012). Uno di questi meccanismi è la compra-vendita di «diritti di emissione» (chi riesce a tagliare i propri gas rivende le proprie quote a chi è in ritardo). Poi ci sono i «meccanismi di sviluppo pulito»: i paesi industrializzati possono finanziare interventi che risparmiano energia (ed emissioni) in paesi del Sud del mondo, e attribuirsi le emissioni «mancate» come «crediti». Se il principio è semplice, la realizzazione è complicata: ci sono voluti anni di lavoro di comitati tecnici per definire che tipo di progetti rientrano nello «sviluppo pulito», o come quantificare le emissioni evitate. In teoria si tratta di progetti per il risparmio energetico o per tecnologie «pulite»; più spesso sono progetti di riforestazione. Anche questo ha suscitato polemiche: ad esempio, le piantagioni commerciali vanno considerate «riforestazione»? Il business dei «meccanismi di sviluppo pulito» è affidato a un fondo gestito dalla Banca mondiale per lo «sviluppo sostenibile», il Global Environmental Facility (Gef). Ora, un gruppo di ricercatori fa notare che il mercato dei «crediti di carbonio» può trasformarsi in un incentivo a tagliare foreste. Capofila del gruppo è un ricercatore brasiliano, Gustavo da Fonseca, che lavora proprio al Global Environmental Facility. L'articolo pubblicato dalla rivista scientifica spiega che i «meccanismi di sviluppo pulito» premiano con «crediti di carbonio» paesi (e aziende) che piantano alberi nei territori in precedenza deforestati. Così però si crea un paradosso: chi ha tagliato ora trae vantaggio dai piani di riforestazione, mentre i paesi che hanno salvaguardato le proprie foreste non hanno nulla da «vendere». «Questo crea un perverso incentivo : sono incoraggiati a cominciare a tagliare, in modo che in futuro potranno mettere un limite alla deforestazione e incassare crediti», spiegava Fonseca (alla reuter, 13 agosto). Secondo gli autori dello studio, tutti impegnati con l'organizzazione ambientalista Conservation International, i paesi più a rischio di cadere in questo «incentivo perverso» sono quelli che hanno ancora oltre il 50% delle loro foreste in buono stato (Panama, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Perù, Belize, Gabon, Guyana, Suriname, Bhutan e Zambia e la Guyana Francese). Fonseca e colleghi si allarmano: il vero meccanismo di sviluppo pulito, dicono, sarebbe un «mercato globale della deforestazione evitata», piuttosto che premiare chi ripianta dopo aver tagliato. Un sistema che premi i paesi che tagliano poco: chi mantiene il tasso di deforestazione sotto la media globale ne riceverebbe dei «crediti». L'idea è interessante, ed è ragionevole pensare che sarà discussa ai prossimi appuntamenti internazionali sul clima, presso le Nazioni unite prima a Washington e alla fine dell'anno a Bali, in Indonesia, dove comincerà un negoziato sul post-Kyoto. Ultima annotazione: il Journal Public Library of Science Biology è una delle riviste della «Public Library of Science», letteralmente «biblioteca pubblica delle scienze», a cui partecipano scienziati e medici convinti che la letteratura scientifica debba essere gratuitamente accessibile a tutti, una risorsa pubblica. Tra i fondatori del gruppo ci sono scienziati delle università più prestigione, americane e non, e si attendono al principio del open access, accesso aperto: il materiale pubblicato può essere letto, scaricato, copiato, usato e distribuito citando gli autori. La conoscenza, dicono, deve restare una risorsa pubblica! www.ilmanifesto.it
martedì 4 settembre 2007

Blog: cosa ne pensano gli psicologi

L’anno scorso a dicembre è stato fatto un dibattito tra psicologi su cosa pensano dei blog gestiti dai professionisti della psicologia. Il Blog è stato definito un reality-sho della rete, uno spazio dove dar vita ai propri pensieri senza restrizioni, uno spazio che contiene emozioni come la gioia, l’amore, la rabbia, la desolazione…è quindi un modo per farsi conoscere e per conoscere gli altri, un modo per creare relazioni! Ed ecco che intervengono gli psicologi che si interessano del “caso” per analizzare, verificare, elaborare questa nuova modalità relazionale. Vediamo cosa ne pensano alcuni psicologi che sono intervenuti al dibattito: Maria Rita Parsi: « resto perplessa perché la Rete vuol dire assenza di vista, odore, suono. Il Blog è quindi una mediazione alla relazione. Hai le tue parole, ma non ti metti in gioco con il tuo aspetto, la tua voce, primo assoluto veicolo di comunicazione – la Parsi parla di “fantasmizzazione” del corpo, si assenza di fisicità. La Reta occasione per nascondere se stessi agli altri, per modificare la realtà; il web opportunità, conscia o inconscia, per mentire, inventare un ruolo, massimizzare l’espressione del narcisismo. Una fucina dell’ego». Giulietta Capacchione: « Persone che non avremmo avuto curiosità di conoscere per il loro aspetto, per la loro età, nel caso del Blog vengono approcciate in base al loro pensiero. L’aspetto non ha importanza, internet consente invece di abbattere la barriera fisica, di annullare un ostacolo al relazionarsi. Il narcisismo è nell’essere umano non si può dire che internet faccia ammalare di narcisismo, semplicemente tira fuori ciò che è in ognuno di noi». Condivido pienamente! Beatrice Toro: «aumenta il livello di narcisismo perché il blogger costruisce l’immagine di sé. Ma non è certo una patologia o un pericolo, è semmai una novità dei tempi. In questo senso, sotto il profilo clinico non ho mai notato eccessi causati dall’uso della Rete. Il narcisismo in Rete è tanto, ma se aiuta a uscire dall’autoreferenzialità conchiusa e porta a un’autoreferenzialità aperta grazie alla possibilità di comunicare con altri non ci vedo niente di male». Tonino Cantelmi: « Mi chiedo quale sia il livello di confronto in un Blog. Il confronto si stabilisce guardando negli occhi una persona. Non parlerei di relazioni, ma di pre-relazioni. Attraverso un Blog si può approcciare una persona, ma se all’approccio non segue l’incontro, allora è difficile pensare a una relazione. Ho conosciuto una professionista che fa grande uso della chat. Conosce persone, uomini, si entusiasma. Ma ogni volta che al dialogo in Rete segue l’incontro, il suo interesse nei confronti dell’altro decade completamente. In realtà, la gran parte degli incontri che si stabiliscono in internet rimangono virtuali». Può darsi, ma spesso nella realtà non riusciamo ad andare oltre le apparenze, oltre la fisicità, non riusciamo a guardare negli occhi VERAMENTE una persone, a guardargli l’anima. Mi viene in mente una frase che ho sentito tempo fa da un frate, che diceva che a volte le persone che si conoscevano durante la vita terrena, una volta riunite in Cielo, non si riconoscevano, perché solo anima…e, molte persone anche se vivono insieme una vita non si “vedono”. Giulietta Capacchione: «Il Blog è il discorso che una persona fa nella Rete e nel web non è mai un soliloquio. Persone con problemi di depressione anche grave sono state in grado di sostenere la loro condizione proprio grazie al ponte con il mondo che hanno potuto stendere attraverso internet» Tonino Cantelmi: « Pericoloso dirlo perché il blogger ci crede » Giulietta Capacchione: « Eppure, il Blog resta un veicolo straordinario per rimandare qualcosa di sé in modo consapevole, elaborazione del nostro pensiero. Esistono tante tipologie di Blog. C’è il Blog-terapeuta, luogo nel quale si esprime la sofferenza e si chiede una risposta di comprensione; esiste il Blog-analista, laddove si esce dalla parte narrativa del Blog, e si metacomunica il Blog stesso; ci sono i Blog che fanno recensioni e chiedono il parere al lettore; c’è il Blog relazionale, nel quale si chiede una certificazione di ciò che si scrive. “Il Blogger è una persona che ama scrivere e raccontarsi traduce il desiderio di avere un pubblico. E’ ricerca di conferme, necessità di autostima» Condivido pienamente e ammiro la tenacia di questa psicologia che, del resto, è una “blogger” anche lei! A proposito, gli altri lo sono? Veronica Simeone: « Il Blog è l’espressione delle tante identità del sé, riconoscibili al di là delle mediazioni perché resta una traccia inequivocabile e unica che ci rende, appunto, riconoscibili». Fonte: www.rai.it
lunedì 3 settembre 2007

A tavola, vi serviamo “pesce al mercurio”!

Un gruppo internazionale di scienziati ha rilanciato, con una pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Ambio, la Madison Declaration on Mercury Pollution (Dichiarazione di Madison sull'inquinamento da mercurio), un vero e proprio allarme mondiale firmato l'anno scorso da oltre mille scienziati nella Conferenza internazionale tenutasi nel Wisconsin (Usa). La Dichiarazione era avallata da cinque studi specialisistici che concentravano lo stato attuale delle conoscenze in materia.

Il nuovo allarme, scrive il quotidiano inglese The Independent, si riferisce ai rischi legati al consumo di pesce contaminato dal mercurio. I pesci assorbono questa sostanza che contamina i mari, e mettono a rischio in particolare la salute dei bambini e delle donne in gravidanza o comunque in età fertile (solo se mangiano carne di pesce, ovviamente). Sostanze inquinanti come piombo e mercurio hanno conseguenze sullo sviluppo del cervello nel feto, come si sa da decenni; gli scienziati sostengono che le misure messe in atto per ridurre al minimo l'esposizione non sono sufficienti.

L’inquinamento da mercurio procura effetti collaterali veramente gravi. Sempre più ricerche collegano il forte aumento della patologia autistica, (passata da una percentuale da 1/10000 nascite circa a 1/160 circa, in meno di dieci anni) e del ritardo cognitivo, con cause di inquinamento ambientale. Negli Stati Uniti già dal 2001 esistono degli istituti di ricerca per appurare proprio questo legame (due di questi istituti si trovano nell’Università della California e in quella del New Jersey).
I bambini con autismo, disturbo che compare nella prima infanzia (0-3 anni), presentano dei gravi deficit nell’interazione sociale, nella comunicazione e possono manifestare dei comportamenti bizzarri, stereotipati e ripetitivi.
Il collegamento tra l’autismo o altre malattie dello sviluppo, non è stato ancora dichiarato, ma sempre più professionisti parlano di “concause” tra cui una predisposizione genetica e delle irregolarità del sistema immunitario su cui, appunto, agirebbe anche l’inquinamento ambientale.

Nei bambini con autismo spesso si trovano alti tassi di mercurio, il thimerosal, che può trovarsi sotto forma di etilmercurio, acido tiosalicilico, idrossido di sodio ed etanolo. Si trova nei vaccini ed anche come conservante nei liquidi di pulizia delle lenti a contatto e negli spray orali.


Il mese scorso una ricerca di scienziati dell'Università di Bristol aveva concluso che tutto sommato i rischi al mercurio insiti nell'ingerire pesce sarebbero più che controbilanciati dai benefici effetti dei fondamentali acidi grassi omega 3, contenuti negli animali acquatici. Però, se diamo retta ai pericoli evocati dalla Dichiarazione di Madison, forse è meglio assumere questi grassi da fonti vegetali (soprattutto l'olio di semi di lino).

L’ omega-3 è un acido grasso, ritenuto indispensabili dai nutrizionisti, che serve a mantenere un cuore sano, a combattere gli effetti dell’artrite, favorisce un buono sviluppo del cervello nel feto, è un potente antinfiammatorio, controlla i trigliceridi e il colesterolo” cattivo”.
Ma non solo.
L’omega-3 svolge anche un importante ruolo a livello cerebrale poiché è coinvolto in molti aspetti della fisiologia neuronale, nell’attività dei canali ionici, nella fluidità della membrana, nella neurotrsmissione, nella modulazione dell’attività enzimatica.
Basse concentrazioni di omega-3 sono state trovate in pazienti affetti da depressione, dislessia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, demenza senile, disturbo bipolare e schizofrenia, oltre che nell'autismo, ma le cause non sono ancora state evidenziate.


I mille scienziati Usa ritengono infatti che il rischio del mercurio rappresenti ormai «un problema di salute pubblica nella maggior parte delle regioni del pianeta».

Oltre ai suoi effetti tossici sul feto, nuove prove indicano che esso possa aumentare il rischio di malattie cardiache presso un'altra categoria, gli uomini adulti.

Negli ultimi 30 anni i paesi a elevato reddito medio (altrimenti detti «sviluppati») hanno ridotto il proprio contributo diretto all'inquinamento da mercurio; in compenso è aumentato il contributo da parte delle nazioni impoverite (altrimenti dette «in via di sviluppo»). L'uso incontrollato del metallo nelle miniere aurifere, soprattutto quelle informali di piccola scala, ha già inquinato migliaia di siti nel mondo, mettendo a rischio la salute di almeno 50 milioni di abitanti e contribuendo anche al 10 per cento della contaminazione atmosferica da mercurio di origine antropica. Come fonti locali di mercurio sono significative anche, ha rilevato uno studio di qualche mese fa pubblicato sulla rivista BioScience, le centrali elettriche a carbone e gli inceneritori di rifiuti. Le particelle attraversano le frontiere, e poi dall'atmosfera inquinano i mari e sono assorbite dai pesci.

La diffusione globale della minaccia è rivelata dalle accresciute concentrazioni di mercurio anche in animali selvatici che si nutrono di pesci in aree isolate del pianeta; l'impatto sugli ecosistemi marini può condurre a un declino di quelle specie oltre che delle popolazioni ittiche. Il professor James Wiener, dell'Università del Wisconsin, ha detto: «Sono evidenti le implicazioni politiche di queste nostre ricerche. Occorrono politiche nazionali e internazionali efficaci per combattere questo problema globale».

Per tornare all'impatto sugli umani, negli Stati uniti le autorità mediche consigliano alle donne in gravidanza di limitare il consumo di qualunque tipo di pesce a non oltre 340 grammi alla settimana.

In Gran Bretagna la Food Standard Agency consiglia alle donne incinte di evitare pesce spada e merluzzo oceanico e di contenere il consumo di tonno: sono quelli i pesci che presentano i livelli più elevati di mercurio.

E per finire con uno specialissimo animale marino che ancora qualcuno - in Giappone - si ostina a mangiare., ieri è arrivata a Sidney in Australia la nave Esperanza di Greenpeace, dopo 42 giorni di navigazione ininterrotta nel mare Antartico per fermare le baleniere del Sol Levante

Fonte: www.ilmanifesto.it

Il desiderio dipende dal...naso!

ABBIATE cura del vostro naso, se avete a cuore una vita sessuale equilibrata. Perché i comportamenti tipicamente maschili, o tipicamente femminili, sono orientati non dal cervello ma da un organo olfattivo che, sollecitato nel modo giusto, induce le signore a comportarsi come tali, e gli uomini a fare la loro parte. Se, invece, viene stimolato nel modo sbagliato, o non stimolato affatto, tutto diventa più imbarazzante. Tutto ciò ha un fondamento scientifico: la prestigiosa rivista britannica Nature pubblica i risultati di una ricerca dall'esito, per certi versi, spiazzante.Protagonisti della ricerca sono alcuni topi di laboratorio e il loro organo vomeronasale, piccola struttura collocata subito dietro le narici, recettore deputato a captare i ferormoni, molecole conosciute anche per il ruolo, importante, che giocano nell'attrazione sessuale. Gli esperimenti vengono sempre condotti in laboratorio, un luogo che sicuramente non si trova in natura: l’esperimento quindi, potrebbe non avere lo stesso risultato se fatto in un ambiente naturale. Anche se questo è un po’ improbabile poiché credo che effettivamente gli animali seguano il loro naso: in qualche modo si devono pur accorgere che è arrivato il periodo in cui devono “favorire la prosecuzione della specie”!!! Credo, e spero, che sia diverso per noi esseri umani che…oltre al naso abbiamo qualcosa in più! La sessualità, l’intimità con il proprio partner non è regolata solamente dall’istinto della “prosecuzione della specie”, ma da altro, da qualcosa di più profondo che credo non sia solo “nel cervello”. E ispiratrici di aneddoti, letteratura e prodotti cosmetici, dal "Sto tornando a casa... non lavarti" che si dice Napoleone scrivesse all'amata Josephine, a "Falling in Love", un olio a base di ferormoni realizzato da Philosophy, marchio famoso negli Usa e in Inghilterra per i suoi prodotti di bellezza, 60 dollari per pochi millilitri e risultati, assicurano i produttori, sorprendenti. Non dimentichiamoci però del film chocolat con Jonny Depp, dove il desiderio sessuale veniva scatenato dalla cioccolata: un cibo! :-) Per tornare all'esperimento: ad alcune topoline l'organo vomeronasale è stato "disattivato" con una modifica genetica. Risultato, le topoline non sono state in grado di captare la presenza di ferormoni e hanno adottato comportamenti sessuali tipici dei maschi della loro specie, dal corteggiamento all'accoppiamento. Trascurando anche i loro piccoli, cosa inusuale poiché le femmine dei topi dedicano ai neonati almeno l'80% del loro tempo. E’ risaputo che tutto il sistema neurologico ha un equilibrio molto delicato: se si tocca qualcosa inevitabilmente si avranno delle conseguenze. "La femmina si comporta esattamente come un maschio" ne deduce Catherine Dulac, ricercatrice della Harvard University di Boston, perché nel cervello femminile "esiste un circuito di comportamento maschile perfettamente funzionante". Insomma, almeno per i topi, il cervello è unico indipendentemente dal sesso dell'animale, ovvero possiede sia i circuiti "maschili" sia quelli "femminili". Solo che, nelle femmine, quelli maschili sono "spenti", e viceversa. La ricerca pubblicata da Nature dimostrerebbe dunque che i comportamenti cosiddetti sesso-specifici sono sotto il controllo dell'organo vomeronasale, e non dipendono da differenze strutturali presenti nel cervello. Al contrario, si è sempre pensato che negli animali e nell'uomo ci fossero un cervello 'maschio' e uno 'femmina' diversi dalla nascita per via di condizionamenti ormonali che, durante lo sviluppo intrauterino, differenziano il cervello creando circuiti maschili in un embrione maschio, femminili in uno femmina. Ma alla luce di questo studio, la situazione si fa più complessa. Comunque sia, questo articolo mi ha fatto pensare al film “profumo” di Tom Tykwer, tratto dall’omonimo libro di Patrick Suskind, che parla di un assassino e del suo naso: le sue sensazioni, i suoi desideri, le sue ossessioni nascono in seguito all’odore che riusciva a percepire….:-) Fonte: http://www.repubblica.it/
domenica 2 settembre 2007

Coccole amore e voglia di tenerezza non solo sesso, la rivincita del Viagra

È universalmente conosciuto come la pillola "dell'amore", inteso come sesso: la medicina che ringiovanisce gli uomini, a letto, aumentando e prolungando il vigore del loro organo riproduttivo. Ma adesso salta fuori che il Viagra ha anche un altro effetto, incidendo sull'amore inteso nel senso più romantico del termine: ossia rende gli uomini più dolci, più propensi alle effusioni e alle coccole, più legati alla propria compagna, insomma più innamorati. La sensazionale scoperta, riportata dall'autorevole rivista scientifica Journal of Phisiology e ripresa ieri dal Daily Telegraph di Londra e da altri quotidiani britannici, è opera di un gruppo di ricercatori della University of Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti. Gli scienziati americani hanno stabilito che la "pillola blu" mette in moto nel cervello una "chimica delle coccole" che accresce l'attitudine al romanticismo. Saranno necessari altri studi, prima che milioni di donne insoddisfatte corrano ad acquistare il Viagra per somministrarlo di nascosto a mariti e fidanzati: ma già da ora gli esperti ritengono che questa scoperta aiuterà a fornire una spiegazione biologica del perché la gente s'innamora. L'esperimento condotto dai ricercatori Usa verte su una sostanza chiamata ossitocina, le cui caratteristiche erano già note alla scienza, tanto da valergli il soprannome di "ormone dell'amore": è ritenuto infatti il grilletto di sentimenti romantici e desiderio di rafforzare i legami affettivi nelle coppie. L'ormone viene rilasciato nel cervello durante l'orgasmo, sia negli uomini che nelle donne, per le quali svolge anche altre importanti funzioni in gravidanza e allattamento. Agendo come un freno, un enzima ne regola l'ammontare destinato a raggiungere il cervello: e si tratta, ecco la straordinaria coincidenza, del medesimo enzima che limita l'affluenza di sangue al pene durante il coito. Gli scienziati americani hanno dunque compreso che il Viagra, intervenendo su quell'enzima, non si limita a sbloccare l'affluenza di sangue al membro maschile, ma contemporaneamente toglie anche il freno all'affluenza dell'"ormone dell'amore" romantico al cervello. In un esperimento effettuato su topi di laboratorio, gli studiosi hanno verificato che gli animali, se sottoposti al Viagra, ricevevano tre volte il normale ammontare di ossitocina nel cervello. In parole povere, si potrebbe concludere che la "pillola blu" rende i maschi non solo più sessualmente vigorosi, ma pure più innamorati e coccoloni. E anche gli altri prodotti che agiscono sul pene attraverso il medesimo meccanismo, come il Cialis e il Levitra, avrebbero lo stesso "romantico" effetto: cosa che non dovrebbe del tutto sorprendere, tenuto conto che il Viagra fu scoperto nell'ambito di ricerche per i malati di cuore. Il muscolo dell'amore, dopotutto. Commenta il professor Meyer Jackson, che ha guidato la ricerca all'università del Wisconson: "Questo è solo un tassello di un puzzle di cui ci mancano molti pezzi, ma effettivamente solleva la possibilità che il Viagra, creato per curare la disfunzione erettile, non si limiti a curare solo quella". Lo studioso avverte che, così come ha bisogno della scintilla dell'eccitazione per agire sul pene, il Viagra ha bisogno di una qualche forma di affettività già esistente per agire sulle sensazioni romantiche del cervello. Non basta somministrarlo al primo che passa per strada, dunque, per farlo innamorare pazzamente. Ma chissà: per milioni di donne abituate a mariti che terminato l'atto sessuale si girano dall'altra parte, o chiedono cosa c'è in televisione, la "pillola blu" potrebbe diventare l'ultima speranza di ricevere una coccola, un abbraccio, un bacetto dopo il coito. Come ogni farmaco, anche il Viagra va a modificare un comportamento (in questo caso) che non è accettato: del resto è inaccettabile non poter fare l’amore per una disfunzione erettile, giusto? Ma la conseguenza dell’assumere questo farmaco, quale sarà?

A parte gli effetti collaterali, mai trascurabili, c’è il problema che una volta che il “sintomo”, cioè la disfunzione erettile, non c’è più (cioè si ha di nuovo l’erezione) non esiste più la necessità, e quindi la motivazione, di cercare le vere cause di questa disfunzione, che nei giovani è quasi sempre di origine psicologica. Dunque: si assume il farmaco e il problema apparente è risolto. Ma, se il motivo profondo (quello psicologico) per cui non si avevano erezioni esiste ancora; è ancora lì, sicuramente pronto a concretizzarsi in un altro sintomo…il problema è: in che tipo di sintomo? Fonte: www.repubblica.it

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