mercoledì 5 settembre 2007

Foreste: le stiamo salvando?

Il mercato dei «crediti di carbonio» è un incentivo a tagliare le foreste? Così sostengono alcuni biologi in uno studio pubblicato sul Journal Public Library of Science Biology. I «crediti di carbonio» sono una delle invenzioni del Protocollo di Kyoto sul clima, un cosiddetto «meccanismo di mercato» per aiutare i paesi a rispettare i proprio impegni (il Protocollo obbliga i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas di serra, in media del 5,2% rispetto al 1990 entro il periodo 2008 - 2012). Uno di questi meccanismi è la compra-vendita di «diritti di emissione» (chi riesce a tagliare i propri gas rivende le proprie quote a chi è in ritardo). Poi ci sono i «meccanismi di sviluppo pulito»: i paesi industrializzati possono finanziare interventi che risparmiano energia (ed emissioni) in paesi del Sud del mondo, e attribuirsi le emissioni «mancate» come «crediti». Se il principio è semplice, la realizzazione è complicata: ci sono voluti anni di lavoro di comitati tecnici per definire che tipo di progetti rientrano nello «sviluppo pulito», o come quantificare le emissioni evitate. In teoria si tratta di progetti per il risparmio energetico o per tecnologie «pulite»; più spesso sono progetti di riforestazione. Anche questo ha suscitato polemiche: ad esempio, le piantagioni commerciali vanno considerate «riforestazione»? Il business dei «meccanismi di sviluppo pulito» è affidato a un fondo gestito dalla Banca mondiale per lo «sviluppo sostenibile», il Global Environmental Facility (Gef). Ora, un gruppo di ricercatori fa notare che il mercato dei «crediti di carbonio» può trasformarsi in un incentivo a tagliare foreste. Capofila del gruppo è un ricercatore brasiliano, Gustavo da Fonseca, che lavora proprio al Global Environmental Facility. L'articolo pubblicato dalla rivista scientifica spiega che i «meccanismi di sviluppo pulito» premiano con «crediti di carbonio» paesi (e aziende) che piantano alberi nei territori in precedenza deforestati. Così però si crea un paradosso: chi ha tagliato ora trae vantaggio dai piani di riforestazione, mentre i paesi che hanno salvaguardato le proprie foreste non hanno nulla da «vendere». «Questo crea un perverso incentivo : sono incoraggiati a cominciare a tagliare, in modo che in futuro potranno mettere un limite alla deforestazione e incassare crediti», spiegava Fonseca (alla reuter, 13 agosto). Secondo gli autori dello studio, tutti impegnati con l'organizzazione ambientalista Conservation International, i paesi più a rischio di cadere in questo «incentivo perverso» sono quelli che hanno ancora oltre il 50% delle loro foreste in buono stato (Panama, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Perù, Belize, Gabon, Guyana, Suriname, Bhutan e Zambia e la Guyana Francese). Fonseca e colleghi si allarmano: il vero meccanismo di sviluppo pulito, dicono, sarebbe un «mercato globale della deforestazione evitata», piuttosto che premiare chi ripianta dopo aver tagliato. Un sistema che premi i paesi che tagliano poco: chi mantiene il tasso di deforestazione sotto la media globale ne riceverebbe dei «crediti». L'idea è interessante, ed è ragionevole pensare che sarà discussa ai prossimi appuntamenti internazionali sul clima, presso le Nazioni unite prima a Washington e alla fine dell'anno a Bali, in Indonesia, dove comincerà un negoziato sul post-Kyoto. Ultima annotazione: il Journal Public Library of Science Biology è una delle riviste della «Public Library of Science», letteralmente «biblioteca pubblica delle scienze», a cui partecipano scienziati e medici convinti che la letteratura scientifica debba essere gratuitamente accessibile a tutti, una risorsa pubblica. Tra i fondatori del gruppo ci sono scienziati delle università più prestigione, americane e non, e si attendono al principio del open access, accesso aperto: il materiale pubblicato può essere letto, scaricato, copiato, usato e distribuito citando gli autori. La conoscenza, dicono, deve restare una risorsa pubblica! www.ilmanifesto.it

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