domenica 17 ottobre 2010

Il gatto pulitore (comportamento del gatto)

Come per noi essere umani, il comportamento dei nostri amici animali ha sempre un significato.
I gatti, ad esempio, amano pulirsi: passano tanto tempo a leccarsi, ad affilarsi le unghie, a rotolarsi nella terra (per loro fa parte della pulizia: si liberano dai peli morti). I piccoli felini amano essere puliti.
Infatti, se ospitate un gatto in casa, che non ha la possibilità di un accesso esterno, i veterinari generalmente vi consiglieranno di non lavarlo, poiché lo farà da solo. Cosa su cui garantisco personalmente: da 10 anni il mio gatto si lava da solo ed ha il pelo morbido, soffice e pulito. Ovviamente è a pelo corto. I gatti a pelo lungo sono un'altra storia.

Ma che succede se il nostro felino comincia ad essere ossessionato dalla pulizia? Se comincia a leccarsi con insistenza ansiosa e di continuo? E, su tutto il corpo?
Non ci sono parassiti. Non c'è micosi. La cute è sana.
Magari inizia a rosicchiarsi insistentemente anche le unghie? E, magari, il suo pelo è percorso come da "ondate"?
Cosa può essere?

Sappiate che il vostro gatto è stressato!! Nevrosi da stress, la diagnosi.
Il gatto è un animale davvero abitudinario, e il più piccolo cambiamento può essere per una fonte di ansia: un mobile buttato via o uno appena comprato, un ospite in casa o l'arrivo di un altro animale, una persona che non c'è più, un trasloco...

Cosa fare
Assolutamente non sgridatelo e non trattatelo bruscamente e non usate un tono di voce duro: ha bisogno delle vostre coccole e delle vostre tenerezze più che mai:

- coccolatelo più che potete, ma almeno 15 minuti al giorno.
- procuratevi un diffusore di feromoni (gli ormoni dell'amore). Si trovano in farmacia.
- cercate di osservare maggiormente gli orari delle pappe (se già non lo fate)

E, la nevrosi da pulizia dovrebbe risolversi nel giro di un paio di settimane!!!
lunedì 27 settembre 2010

Gli insegnanti hanno più potere di quanto non credano

"Gli insegnanti hanno più potere di quanto non credano, ma non hanno il potere che credono".

Questa è una frase presa da uno dei libri di Boris Cyrulnik, etologo, psichiatra e psicoterapeuta che si è interessato molto dei temi che ruotano intorno al trauma. Probabilmente in seguito alla sua esperienza di vita.
In questo periodo sono molto concentrata sul tema della scuola e degli insegnanti, che penso siano poco valorizzati ma che, in qualche modo, loro stessi contribuiscano a questa condizione. Diventa importante invece recuperare i propri punti di forza, prendendosi però le responsabilità che questo comporta.
Volevo così condividere un breve brano preso dal libro di Cyrulnik "Il coraggio di crescere" e dedicarlo a tutti gli insegnanti che sono riusciti nell'impresa di "lasciare un segno", e come incoraggiamento a chi deve imparare a farlo.

"... La scuola diventa per il ragazzo la principale speranza di integrazione. La mattina presto lava i vetri a forfait, poi balza in sella alla sua bicicletta per andare a scuola. Alla prima ora di lezione, ha già tre ore di lavoro sulle spalle. A mezzogiorno lavora come cameriere in una mensa, poi torna a scuola per la lezione pomeridiana.
 Il professore di scienza naturali Bonaffe ha la reputazione di essere molto severo. Eppure, non alza mai la voce, ma stringe nella mano sinistra una scorta di gessetti rotti che scaglia con precisione contro la testa degli alunni distratti o chiacchieroni. Nessuno protesta. Un silenzio ansioso pesa sulla classe. Un giorno, Bonaffe va a mangiare nella mensa dove Miguel serve schizzando da un tavolo all'altro. Non una parola, ma il lungo sguardo del professore evidenzia un importante momento emozionale. Il pomeriggio a lezione, miguel coglie nell'insegnante un leggero inarcamento del sopracciglio e un impercettibile cenno con la testa, minuscoli segni che vogliono sicuramente esprimere profondo rispetto e segnano l'inizio di una relazione privilegiata. Da quel momento, l'esistenza di Miguel viene convalidata dallo sguardo del professore che restituisce i compiti al ragazzo con una pausa di silenzio e, talvolta, durante la lezione sembra rivolgersi solo a lui. Una complicità muta che ha reso l'adolescente molto ricettivo alle lezioni di scienze naturali. Le prepara attentamente sapendo che Benaffe darà particolare importanza ai suoi interventi. I progressi del ragazzo sono enormi e l'investimento nella materia è tale che, qualche anno dopo, sarebbe diventato medico".

Cyrulnik continua il raccondo specificando che non è certo per merito dello sguardo silente del professore, che il ragazzo si è appassionato alla materia ed è diventato medico, magari sarebbe successo comunque. Ma il fatto è, che l'insegnante ha comunicato al ragazzo che per lui era importante come persona e quello che faceva, contribuendo e forse rendendo più veloce e appassionato lo studio e la riuscita professionale del ragazzo. Si è instaurata una relazione significativa, al di là dell'insegnamento stretto dei contenuti della materia dell'insegnante.
Credo sia importante che gli insegnanti recuperino questa dimensione relazionale.

Nel mio percorso scolastico, posso contare su poche dita (di una sola mano) gli insegnanti che hanno fatto per me quello che Bonaffe ha fatto per il ragazzo. Li ringrazio enormemente: ciò che mi hanno insegnato fa parte di chi sono (di chi sono loro e di chi sono io :). Ed è questa la dimensione più importante della scuola... la geografia (a le altre materie) si impara viaggiando!
mercoledì 22 settembre 2010

La bocciatura

Parlare di bocciatura ad inizio anno scolastico, suona un po' stonato. E' vero. A mia discolpa posso dire, però, che il pensiero non ha nè tempo nè luogo, perciò "lui" pensa su tutto. Inoltre, visto com'è andato lo scorso anno scolastico è bene cominciare a pensarci sin da subito!

Facendo un "giro" tra i quotidiani online, leggo un'intervista fatta a Niccolò Ammaniti, considerato tra i migliori scrittori esordienti italiani.

Pare che il giovane scrittore nella sua carriera scolastica abbia dovuto affrontare tre rimandi in italiano e una bocciatura in quarto ginnasio. Il giornalista si meraviglia del fatto che il "povero" Ammaniti, nonostante il curriculum scolastico non proprio impeccabile, abbia potuto vincere il Premio Strega. In pratica l'intervista sottolinea (uno tra i messaggi inconsci che manda) che la bocciatura non è nulla di importante.
In qualche modo può anche essere così: una volta cresciuti, da adulti e con una carriera ormai consolidata è facile affermare cose del genere.

Ma quando si è bambini e si subisce una bocciatura i modi di reagire sono diversi e dipendono da una pluralità di fattori che vanno dal livello socio-culturale della famiglia del "bocciato", alle risorse personali del ragazzo e all'esistenza o meno di punti di riferimento esterni alla famiglia.

Chi viene "fermato un anno" subisce non solo la bocciatura in sé, ma anche la derisione dei compagni, il suo ruolo sociale cambia ed egli viene etichettato come "bocciato", appunto. Non tutti, ma la maggior parte dei "bocciati" aderisce al ruolo che la società e la cultura gli danno... Società e cultura che spesso sono spietate.
Per non parlare della sconfitta personale, l'abbassamento dell'autostima, la poca fiducia verso gli adulti che nasce o si rafforza in lui.

Alcuni ragazzi o bambini comunicano proprio tramite l'andare male a scuola che c'è un malessere più profondo, che cercano aiuto, che quello è solo un sintomo che nasconde qualcosa che l'adulto è chiamato a cercare e tentare di risolvere. Invece, spesso la risposta dell'adulto davanti a questo tipo di richiesta di aiuto è la bocciatura!
Parte del mio lavoro è proprio con le scuole e, con mio grosso dispiacere, l'anno scorso ho visto aumentare considerevolmente le bocciature alle scuole elementari. E' assurdo. Assurdo soprattutto per il fatto che è riportato da più ricerche scientifiche che l'andare male a scuola soprattutto nelle età delle elementari nasconde altro.

E, un'ultima cosa, la più importante: la bocciatura non è una sconfitta del ragazzo, è una scoffitta dell'insegnante!!! L'insegnante che boccia, dovrebbe bocciare se stesso.

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La nostra squola

Alunno: maestra, scuola si scrive con la "C".
Maestra: si, ma solo quando è corretta
domenica 19 settembre 2010

Bullismo: andare anche alla radice

Non voglio certo approfondire la tematica del bullismo in un post, è troppo vasta e tocca vari ambiti.

Stavo leggendo degli articoli sul bullismo e volevo proporre una riflessione:
  • "perché mai alcuni adulti (insegnanti, educatori, genitori, ecc. ecc.) sentono l'obbligo di 'risolvere' un problema come il bullismo tramite la punizione, invece di utilizzare il dialogo, o altri strumenti educativi o anche 'ridistribuendo' le responsabilità, ma anche e soprattutto cominciare dall'esempio che essi dovrebbero essere per i bambini?"
  • "perché sempre 'parlare' sul problema invece che 'agire' anche dando l'esempio di come non-si-fa-il-bullo?"
Vivamo in una società adulta (che i bambini osservano e ripetono, poiché vogliono essere come gli adulti) dove chi fa il bullo vince. Il bullismo tra adulti è presente sempre, solo che si chiama in un altro modo: mafia/camorra/ecc., minacce, mobbing, strozzinaggio, violenza sessuale e via dicendo...
Credo che il meccanismo principale da estirpare sia questo.

Da non dimenticare: i bambini imitano gli adulti.

mercoledì 15 settembre 2010

La nostra squola

La nostra squola, appunto, si sta modificando sempre in meglio (ovviamente è ironico!). di seguito le ultime notizie prese in giro da internet e anche da esperienze di vita che mi hanno personalmente raccontato:

- ANSA: Mancano banchi e sedie. I bambini delle prime classi di una scuola elementare di Roma stanno facendo lezione seduti per terra.'I primi due giorni - spiega la madre di un alunno - hanno fatto lezione nella sala della mensa, ma il servizio riprende oggi e il locale non si puo' usare. Ci hanno assicurato che entro oggi arriveranno i banchi e le sedie'. E ancora: 'Vogliono tutto per tempo, l'iscrizione e i documenti, poi i bambini sono costretti a sedersi per terra'.

- Una mamma:  "mio figlio ha bisogno di assistenza, ma con i tagli di quest'anno mi hanno detto che non è possibile che inizi la scuola prima della metà di ottobre perché si devono organizzare con gli orari, e non mi hanno assicurato una copertura totale. Questo significa che probabilmente non potrà frequentare tutti i giorni".

- Una mamma (un'altra ovviamente): "mi è stato detto che mio figlio autistico potrà frequentare solo tre mattine a settimana perché non hanno personale che stia con lui".

- ANSA - Non voleva tornare a scuola per evitare alcuni bulli che lo prendevano in giro.Percio'il piccolo romeno 12/enne poi ritrovato era fuggito.Il ragazzo, ritrovato nel pomeriggio dai carabinieri intorno a Ivrea, nelle campagne di Borgo Ale, a 5 chilometri dalla sua casa di Maglione,aveva paura di riprendere la scuola. Un terrore covato tutta l'estate ed esplosa il primo giorno di lezione. I bulli di cui aveva terrore sono alcuni alunni che come lui frequentano le scuole medie a Vestigne'.

- Una mamma: "a mio figlio hanno assegnato una insegnatne che non sa nulla della sua patologia".

- Una mamma: "ma come posso fare? Vorrei cambiare scuola a mio figlio: le insegnanti insistono che è svogliato, invece lui ha una disgnosi di disturbo dell'apprendimento. Forse non sanno di cosa si tratta?? Certo che se già ci inizia così..."

- Un papà: "il preside della scuola di mia figlia ha attivato una colletta tra i genitori dicendo che quest'anno non avranno i soldi per comprare cartaigienica, penne, colori, e carta per le fotocopiatrici!!!"

- Una mamma: "mio figlio frequenta la scuola materna e le insegnanti, molto carine, hanno chiesto a noi genitori di portare dei giochi adatti poiché non hanno soldi per comprare nuovi giochi e quelli che avevano ormai sono troppo consumati".


Le problematiche segnalate in questo post sono varie e diverse tra loro, ma la base comune è che la scuola sta veramente cadendo in basso sia come formazione che non offre alle insegnanti, che devono semmai seguire corsi di loro iniziativa, sia per rendere l'ambiente circostante degno di un luogo che deve formare quindi dove sia presente materiale di prima necessità: banchi, sedie, cartaigienica, materiale didattico, che pare siano mancanti in molte scuole.

La trovo una situazione assurda e inverosimile.
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La nostra squola

Maestra: scuola si scrive con la "c".
Alunno: si, ma solo quando è corretta!



PS- foto della caricatura della Gelmini presa da qui
domenica 12 settembre 2010

Gli over 50 sono invidiosi dei più giovani. Solo loro?

Da una ricerca sembra che chi ha superato i 50 anni sia invidioso dei giovani. Ed è proprio questa invidia che spinge i cinquantenni a "parlar male" dei giovani e a gioire delle loro sventure.

Ovviamente la mia parte critica si ribella un po' non solo a questo tipo di ricerche di cui non vedo la necessità, come tante volte ormai ho ripetuto, ma anche per il fatto che credo semplicemente che le persone andando avanti con l'età marcano maggiormente i loro difetti. Perciò non penso affatto chi arriva a 50 anni comincia a gioire delle disgrazie dei giovani solamente perchè è "suonata la campana dei 50", ma semplicemente penso che chi ne gioisce, ne abbia già gioito quando aveva meno anni.

Anche perché, da una certa età in poi si è sempre un po' invidiosi di chi ha meno anni. Mi piacerebbe conoscere il trentacinquenne o il quarantenne che non ha provato un briciolo di invidia verso i ragazzi nell'età adolescenziale (30-40: fascia di età non presa in considerazione nella ricerca, chissà come mai????).

Penso sia solo una caratteristica umana, comune alla maggioranza. Certo, non è provata da chi è adolescente o da chi ha appena compiuto 18 anni. Tale "invidia" compare probabilmente quando le persone si accorgono che non sono riuscite a realizzare i sogni in cui credevano. Ecco perché accade da una certa età in poi.
Chissà se il concentrarsi su se stessi e vivere la vita cercando di avere meno rimpianti possibili, accompagnati quindi da una sufficiente soddisfazione, aiuta a diminuire questo senso di "invidia" (che personalmente chiamerei insoddisfazione).
giovedì 9 settembre 2010

Adozione


Questa mattina ho letto la notizia che il Tribunale dei Minori di Trento ha tolto una bambina alla propria madre perché guadagna poco per mantenerla (500 euro al mese). La notizia è arrivata ai media grazie alla giusta indignazione di uno psicologo.


Non capisco come mai hanno optato per una scelta del genere, piuttosto che aiutare la donna a cercare un altro lavoro o un lavoro più remunerativo.


I bambini adottati sono bambini, e saranno adulti, feriti.


La ferita primaria, conseguenza di un abbandono, è una ferita:

- fisica

- emotiva

- psicologica

- spirituale

Una ferita che causa un dolore così profondo da essere descritta come se fosse avvenuta a livello cellulare da persone adottate o abbandonate che sono riuscite ad entrare molto in profondità nella loro sofferenza.

Il legame con la madre biologica è un legame misterioso, mistico, ed eterno!

Le persone adottate sono state spezzate ed interrotte nella loro essenza e la cicatrice che riusciranno a costruirsi sarà così sottile che dovranno combattere per tutta la vita per fare in modo che non si laceri definitivamente.


Probabilmente, la scelta del Tribunale è stata fatta con pura superficialità.


PS- "La ferita primaria" è un concetto di Nancy Newton Verrier, madre adottiva che ha scritto un libro che reca lo stesso titolo. E' un libro che descrive ciò che comporta l'abbandono in un modo diverso dagli altri libri sul questo stesso evento. Lo consiglio alle persone adottate, alle persone che vogliono adottare e, a chi ha il dubbio se abbandonare o meno il proprio bambino.

mercoledì 8 settembre 2010

Smettere di fumare. E' facile?



Non ci credevo ma è così: smettere di fumare è facile se sai come farlo!

E, il: "se sai come farlo" è fondamentale.

Dico questo perché ho ripreso a fumare, dopo circa 8 anni di "pausa", ad aprile dell'anno scorso. Mi ero dimenticata, probabilmente quanto era stato difficile e penoso smettere: i tentativi sono stati innumerevoli e anche gli strateggemmi che tutti gli ex-fumatori conoscono bene, del tipo:

- usare caramelle e gomme sostitutive
- usare la cocacola sostitutiva (ebbene si, anche la cocacola)
- non uscire con amici fumatori (all'epoca tra l'altro si fumava ancora nei locali... in pratica ero diventata una reclusa!)
Senza contare che ero molto nervosa e le persone che mi stavano vicino... meno male che mi stavano vicino veramente, altrimenti le avrei perse tutte!!!
Bè, tutto questo per diventare una ex-fumatrice, di quelle che respirano il fumo passivo con melanconica gioia!

Ma ho ripreso.
Per un anno circa la cosa non mi ha disturbato, poi mi è tornato in mente che fa male e ho cominciato a provare a ri-smettere. I tentativi, cominciati a gennaio, sono andati tutti a vuoto, finché non mi è stato regalato da un caro amico il libro di Allen Carr: ho smesso da circa un mese! Ma la cosa stupefacente è che non mi è stato per niente difficile.

Credo molto nel metodo usato da Allen, che non vi svelo perché penso che ogni fumatore lo deve leggere senza spoiler pescati qua e là, con la mente aperta e pronta ad accogliere il cambiamento.

Mi sono inoltre confrontata con altri fumatori che stanno leggendo il libro e ognuno trova utile ciò che è scritto in un capitolo del libro piuttosto che quello scritto in un altro capitolo. Perciò per ognuno la sfida sarà quella di leggere il libro e sfidare la propria dipendenza dal fumo in modo umile e coraggioso: tutti possono smettere con facilità e considerarsi non-fumatori piuttosto che ex-fumatori.

Allora, auguro una Sfida Vittoriosa a tutti quelli che vogliono provare!
sabato 17 luglio 2010

Ben: un ragazzo con la sindrome di Asperger


Il libro racconta della storia di un ragazzo asperger. Il film, tratto dal libro, ha lo stesso titolo. Belli, entrambi. Mi hanno fatto riflettere, molto.
La sindrome di Asperger è poco conosciuta e i bambini, ragazzi, adulti che ne sono affetti sono poco protetti. Si tende a nasconderla, a non dirlo che il bambino o il ragazzo ne è affetto, e ... questo fa correre dei rischi, come quello in cui è inconrso Ben. La storia di Ben è tratta da un caso realmente accaduto, finito in modo tragico.
La sindrome di Asperger viene spesso descritta come un autismo lieve. Probabilmente è questo che spinge molte persone a nasconderla, del resto chi ne è affetto è "simile" alle persone che non ne sono affette, perciò perché stigmatizzare "mettendo in piazza" la sindrome e dicendo che è autistico?
Perché comunque i bambini e i ragazzi lo notano lo stesso, perché gli asperger hanno modi particolari di relazionarsi agli altri, e spesso, proprio per questo, sono oggetto di bullismo.
Il fatto di dirlo, potrebbe proteggerli. Il fatto che gli altri lo sappiano, potrebbe fare in modo che si mettano nei loro panni. Nella riabilitazione, spesso chiediamo loro di "diventare come noi", di "mettersi nei panni degli altri", ma noi, ci mettiamo nei loro? Il libro e il film ce lo permettono. In Italia non è stato proittato nelle sale cinematografiche. Come mai?
La cultura del "penso solo a me" ha prevalso da tempo. E' necessario scardinarla. Sapere che, ad esempio, nella prossima prima elementare ci sarà un bambino asperger dovrebbe mobilitare la scuola a prevedere, prevenire è meglio che curare, un progetto sul bullismo per tutta la classe, se non per tutta la scuola. I bambini, più sono piccoli più sono recettivi: la cultura si cambia cominciando da loro.
Credo che si faccia poco per far conoscere la sindrome a tutti, soprattutto a chi non ha una persona asperger in famiglia. Consiglio di guardare il film, di legger il libro e di informarsi su chi sono gli asperger poiché molti sono diagnosticati, ma la loro diagnosi non è resa nota, molti altri non sono diagnosticati e sono tutti alla mercè di bullismo e di mobbing molto di più delle persone "normali" solo perché, per la loro sindrome, non riescono a relazionarsi con altri, nel modo in cui altri vogliono. Quanto egocentrismo!
lunedì 5 luglio 2010

Tutti sanno disegnare

Quando ero piccola pensavo di non saper disegnare. Mi sono sempre rifiutata, facevo disegnare mia madre al posto mio, era un incubo per me ogni volta che dovevo farlo... però, mi piaceva... e quando ero da sola in camera mia, disegnavo!! Non ho mai fatto vedere a nessuno le mie opere che chissà che fine hanno fatto! Adesso che sono grande, è lo stesso: non so disegnare, ma mi piace farlo. Non ricordo chi, ma qualcuno mi disse: "tutti sanno disegnare". Non ci ho mai creduto, lo vedevo negli occhi delle persone che guardavano i miei disegni. Così, poco tempo fa, ho orgogliosamente comprato questo libro. Ora so disegnare i pulcini e i coccodrilli :) Tutti sappiamo disegnare. Questa frase continua a ronzarmi in testa, e il libro non mi soddisfa fino in fondo. Ma la societa, noi, siamo davvero convinti che "tutti sanno disegnare"? Credo di no, ma credo anche che dovremmo cominciare a crederci. Ci sono le tecniche per tutti i disegni: per fare i ritratti, per fare i panorami, per la profondità, per il movimento, per i fumetti, per fare le caricature... insomma c'è la tecnica adatta per tutto: se ti attieni alla tecnica sai disegnare, altrimenti sei un pessimo disegnatore. Sembra che più il disegno si avvicina alla realtà, all'oggetto reale così com'è, più il disegno assomiglia ad una fotografia, più il disegnatore è bravo. Non sono d'accordo. E' sicuramente bello un disegno che ritrae la realtà, ma ci sono già le foto... e c'è l'oggetto reale da guardare... Mi domando invece che fine ha fatto la fantasia e la creatività, il mettere sul foglio ciò che un "oggettto" ci trasmette, ci comunica... emozioni... Tutti sappiamo disegnare. Non credo che ne siamo convinti, se poi andiamo a ricercare la perfezione nel disegno del bambino che ci mostra ciò che ha prodotto! Tutti sappiamo disegnare. Anche io penso che non tutti sappiamo disegnare, io non lo so fare. Ma in base a cosa dico questo? Perché sono convinta che non so disegnare? Bè - rispondo - faccio riferimento a dei canoni di bellezza, di tecnica e via dicendo. Ma chi mi ha insegnato a pensare così? La cultura della perfezione mi ha plasmato, ha plasmato le nostre menti. In molte scuole materne ho visto con i miei occhi che le insegnanti ritoccano i disegni fatti dai bambini per mostrare a fine anno i lavori e per dimostrare che sono state delle brave insegnanti. Indecenti, direi. Penso al bambino che se ne accorge... penserà: se la maestra l'ha corretto, significa che ho fatto male. La cultura della perfezione. La cultura del saper fare. La cultura della prestazione. La cultura del più bello. Questa cultura ci viene messa dentro anche tramite il disegno. Un'arte. Un qualcosa che dovrebbe essere una espressione di se stessi, perciò unica. I bambini vanno sempre incoraggiati ad esprimere se stessi nel disegno e vanno lodati per quello che producono su quel foglio bianco che fa più paura a noi adulti che a loro.
sabato 3 luglio 2010

Morte tu morrai

Ciao Pietro! A presto! “The divine poems” di John Donne:
Sonetto n.6
Morte, non
esser fiera
pur se taluni t’abbiano chiamata terribile e possente
perché tu non lo sei.
Che quei che tu credi di travolgere, non muoiono
povera mortene tu potrai ucciderli.
Tu schiava del fato, del caso
di
Re e di disperati
tu che ti nutri di guerre, veleni e malattie,
oppio e
incantesimi
ci sanno addormentare ugualmente e meglio di ogni tuo
fendente
perché dunque insuperbisci
trascorso un breve sonno veglieremo in eterno
e morte più non sarà , morte tu morrai.
martedì 29 giugno 2010

Integrazione scolastica e sociale


L'autismo è una patologia particolare poiché il bambino appare normale, non ha cioè delle caratteristiche fisiche che lo contraddistinguono, come ad esempio succede per la sindrome di Down. Se il bambino in questione avesse avuto la sindrome di Down, probabilmente tutti avrebbero reagito diversamente ad un suo comportamento bizzarro (che poi questo bambino abbracciando la macchina non ha messo in atto un comportamento bizzarro, è da sottolineare).

Ma il punto non è questo. Il punto, anzi uno dei punti che vorrei sottolineare, è che in Italia esiste da moltissimi anni quella che viene chiamata l'integrazione scolastica.

Ora, l'integrazione scolastica ha come obiettivo l'integrazione del bambino in difficoltà nel gruppo classe, esperienza che creerebbe le basi per una futura integrazione nella società adulta. Come si fa? Si prepara, da un lato il bambino in difficoltà secondo le caratteristiche del disturbo ad entrare in contatto con il gruppo e con le regole che lo governano; dall'altro lato si deve preparare il gruppo classe ad accettare un bambino che non è come loro, che è speciale. Perché si deve preparare il gruppo classe? Perché i bambini non lo sanno che cosa vuol dire "speciale" e gli va spiegato. La diversità procura delle reazioni anche in loro che non sono sempre positive (alcuni bambini, soprattutto di sesso femminile tendono ad essere protettive e ad aiutare il loro compagnetto che non parla) e a volte tendono ad allontanare i bambini che non rispondono ai loro canoni di normalità.

L'integrazione scolastica, ripeto, esiste da anni. A rigor di logica, se avesse funzionato, gli adulti di adesso (preparati all'integrazione quando erano piccoli dalla scuola) dovrebbero essere tutti tolleranti nei confronti di chi è diverso, dovrebbero essere capaci di accettarlo e di saper educare i propri figli a questo. A rigor di logica, l'Italia, in nome dell'integrazione, dovrebbe essere il Paese dove gli adulti con handicap dovrebbero essere tra i più integrati nella società (scusate la ripetizione di parole).

Non mi pare che questo sia accaduto, questo caso ne è la prova, ma ne esistono molti altri che non vengono alla luce e a cui assisto, purtroppo, quasi giornalmente.

Allora mi domando: ma, a scuola, invece di lavorare sull'integrazione, su cosa hanno lavorato fino ad adesso? Come mai dopo tutti questi anni, non si riesce ad essere un Paese tollerante alla diversità? Come mai esistono le barriere mentali? Come mai le barriere mentali sono ancor più forti da smantellare di quelle architettoniche?

Nei Paesi nord europei ci sono le scuole speciali o le classi speciali, e gli adulti in difficoltà sono molto più integrati lì che non qui in Italia, dove ci vantiamo dell'integrazione. Questo lo ritengo uno smacco al concetto dell'integrazione: funziona meglio l'integrazione sociale in un Paese con le scuole speciali che non qui. E' grave!

Credo che in Italia si debba cominciare a pensare ad oranizzare meglio l'integrazione scolastica, per fare in modo che realmente sia tale, lavorando non solo sul bambino in difficoltà per farlo avvicinare all'accettazione del "mondo dei mormali" (passatemi questa terminologia che uso solo per farmi capire), ma anche sul "mondo dei normali" per fare in modo che questi accettino la presenza di comportamenti "bizzarri" e che li sappiano tollerare.

Questo è solo un punto espresso, ce ne sarebbero altri da affrontare, ed è inoltre un puno di vista, un modo di vedere e spiegare l'accaduto. Questo non toglie che ce ne possono essere altri.

Ma una riflessione sul concetto di integrazione in senso ampio, credo proprio si debba fare: non è da dimenticare infatti la frase che racchiude in sè tutto l'accaduto secondo una mentalità purtroppo molto diffusa in Italia, e con cui ho intitolato il post: "Signora, ma se non è normale lo tenga a casa".

Questo è un post che ho pubblicato diverso tempo fa sul blog http://amicispeciali.blogspot.com/ (non più curato da me). So che ultimamente c'è un acceso dibattito tra i genitori sull'integrazione scolastica, e credo che abbiano ragione. Al di là dell'integrazione scolastica si, o integrazione scolastica no, sia significativo che ancora vi siano degli accadimenti simili a questo in varie parti dell'Italia.
- Bimba autistica allontanata dal centro commerciale
La società cambia, l'accento è sempre più postosull'apparenza, sulle false buone maniere, sulla prestazione ottimale, e a farne le spese sono le persone in difficoltà, quelle che non riescono, per qualsiasi motivo, ad arrivare agli standard richiesti. E questi ne sono i risultati. Credo che nel profondo le persone abbiano perso la semplicità della vita, lo scopo del vivere; credo che ci sia una riconrsa verso ciò che abbaglia... si fa quello che fanno le allodole.
Quando capitano situazioni del genere (e me ne sono capitate di persona, solo che ero troppo giovane per reagire nei dovuti modi. Oggi sarebbe diverso) ti senti non voluto, rifiutato, in qualche modo il ricevitore di una violenza gratuita. Si, penso che l'intolleranza sia un abuso e una violenza.
Vorrei scrivere, anzi riscrivere, un pensiero tratto dal libro Tuo Luigi, di Luigi Rocchi, morto a causa della distrofia muscolare di cui era affetto:
"... l'ammalato è un profeta scomodo che ci invita a ritrovare noi stessi, che ci costringe a vedere i nostri limiti, che ci richiama all'umiltà e ci fa sentire quali veramente siamo: piccoli uomini precari, che possono superare tale intrinseca nullità solo riconoscendosi fratelli bisognosi di amore scambievole"
Credo che chi insulti, chi è intollerante, chi è carnefice... non riesca minimamente a superare il senso di nullità che si porta dentro!

domenica 13 giugno 2010

Vivere

"Lo stress e la stanchezza hanno origine nel tuo spirito che vagabonda e si affatica tra i giochi dell'immaginazione. Il pensiero si orienta sempre verso il rimpianto del passato o verso le immaginazioni di un futuro ideale. Sono fantasmagorie che portano solamente sofferenza e solitudine perché si svolgono in dimensioni inesistenti. Solo il presente è reale, è la tua forza vitale, a partire da esso puoi iniziare, costruire e realizzare la tua vita"
(Dogpa Rimpoche)
domenica 28 febbraio 2010

Lezione riuscita

Erano gli anni della contestazione, anni in cui fare il professore era una sfida. Fra le mura di un noto liceo milanese un professore di greco e latino quella sfida seppe coglierla e vincerla in modo del tutto particolare. Ogni giorno, quando lui entrava in classe, il caos continuava a regnare sovrano senza che un solo studente lo degnasse di nota. Il professore avrebbe potuto richiamare l'attenzione dei ragazzi alzando la voce, minacciando di mandarli dal preside, di sospenderli, di non ammetterli all'esame di maturità. Invece, scelse un'altra via per ottenere l'attenzione dei suoi studenti.Mentre nell'aula si faceva la rivoluzione, lui zitto, nemmeno una parola. Poi, quando suonava la fine dell'ora, il professore si alzava da dietro la cattedra, si avvicinava alla lavagna e, con un ampio gesto del braccio scriveva : "Leziona fallita", poi, sempre in silenzio, se ne andava con il registro in mano. Fino a quando, un giorno, il professore entrò in classe e, uno alla volta, i ragazzi andarono a sedersi ai loro posti.Da allora le lezioni si svolsero normalmente. Gli studenti impararono ad apprezzare quell'insegnante che li aveva domati con il suo silenzio. Dal libro: "I doni del silenzio" di Susanna Molinari
domenica 7 febbraio 2010

Avatar

(Sono presenti spoiler) Attirata dagli occhialini 3d e dalla pubblicità (lo ammetto) che lo indicava come il primo film della storia del cinema completamente in visione tridimensionale, sono andata a vedere Avatar. Oltre a questo come non tenere presente che il regista Cameron, reso famoso, almeno per me, per aver portato sullo schermo la grande tragedia del Titanic, avrebbe reso Avatar interessante anche nei contenuti. Per me, è stato così! In sala ero posizionata tra le prime file. Immersa nello schermo e nella storia, ogni tanto mi giravo a guardare le file indietro e la vista di tutte le persone immobili nei sedili con gli occhialoni inforcati mi faceva sorridere regalandomi la sensazione di essere proiettata nel futuro. (Ho sorriso di meno, accorgendomi che proprio dietro di me era seduto un bimbo di non più di 4 anni... chissà le conseguenze di aver visto quelle scene così cruente che gli occhiali rendevano come reali, e chissà come sono state elaborate dalla sua psiche così indifesa...). Ho sorriso di meno, ma la reazione è stata diversa, nel notare come alcuni ragazzi, adulti, potevano avere 35-40 anni, si facessero delle foto con gli occhiali inforcati... vabbè, è un ricordo che segna la storia del cinema... forse gli servivano per scrivere un post sul blog ;) Ma veniamo al film e ai pensieri che mi ha “scatenato”. Già dalle prime scene, dalle prime battute che introducevano passo passo lo spettatore alla conoscenza del popolo e della terra dei Navi, si intravede il loro grande rispetto per la natura. Il loro aspetto, il loro abbiagliamento, il loro modo di vivere, hanno richiamato fortemente l'immagine dei nativi d'America: gli indiani.
Anche loro, i Navi, venivano chiamati selvaggi. Poverini, non avevano le autostrade, le lattine, i jeans... Il concetto di diverso, di qualcosa che è altro da noi si fa largo nel film. Ciò che i popoli più potenti (potenza misurata in base alle armi, non certo all'intelligenza in senso ampio) hanno fatto e continuano a fare assoggettando chi è consider
ato più debole, è inaccettabile. Ma è anche talmente visibile agli occhi di tutti che non si può non inorridire! Ma l'accettazione del diverso è difficile anche nella quotidianità, nell'incontro con lo straniero così come nell'incontro con il signore che abita di fronte al nostro appartamento: quante critiche negative gratuite che facciamo solo perché l'altro non è uguale a noi!!! Quando i Navi si incontrano si salutano dicendosi reciprocamente “io ti vedo”. Frase densa di significato, densa dell'accettazione dell'altro così com'è: io ti vedo. Vedo te, la tua anima, il tuo dentro, i tuoi pregi, i tuoi difetti, so chi sei, so chi ho davanti, ti accetto. Ma non solo. Dire “io ti vedo”, è anche mettersi in una posizione di ascolto dell'altro. Molto lontano dal nostro: “ciao, come stai?”-”bene!” I Navi. Popolo in contatto con la natura. Popolo che sente la natura, che la ascolta. Gli animali come gli alberi. I Navi hanno capelli lunghi, sulle cui punte spuntano dei fasci luminosi con cui possono collegarsi ad animli ed alberi ed entrate in contatto con loro. Una connessione: siamo tutti legati, il destino degli uni è legato al destino degli altri. Quanto è distante da noi civili-non-selvaggi tutti questo! In una delle scene, una Navi dice ad un Avatar che stava fissando incredulo la punta luminosa dei suoi capelli: “Attento, potresti diventare cieco”, come a dire che noi non capiamo, non sappiamo, non ascoltiamo noi stessi, non ci riconosciamo come parte della natura, ma superiori ad essa, in grado di dominarla. Come ci sbagliamo!!! E, la natura negli ultimi anni ce lo sta continuamente ricordando... Dopo il collegamento tra i capelli dei Navi e i “capelli” degli animali, la comunicazione avviene internamente, con il pensiero, con le emozioni. Si comunica con il corpo, non con il linguaggio!! Il “nostro” Avatar non ci riesce, specie all'inizio, doveva sempre metterci una parola pronunciata con la bocca!! Quanto fiato sprecato e che sprechiamo. Mi ricorda quello che succede nelle discussioni di coppia, dove verbalmente ci si dice, ci si promette, ci si chiarisce, ci si dice che si cambierà e dopo un po', con il comportamento (cioè con il corpo, con il comportamento non verbale), evidenziamo che nulla è cambiato. La natura stessa era tutta collegata: gli alberi della terra dei Navi hanno radici che sono tutte unite tra loro, come i neuroni del nostro cervello!! Una rete. E' stupenda questa immagine che rimanda alla grandezza e grandiosità della natura. Dovremmo inchinarci davanti a tanta immensità e bellezza. Anche come era strutturata la società dei Navi mi ha colpito: non c'erano differenze tra i ruoli maschili e femminili. Nemmeno una. Maschi e femmine si contraddistinguevano solo nel corpo ma non nei ruoli che assumevano nella società o nella coppia. E' lei che insegna a lui a come diventare adulto, come diventare un guerriero. Almeno due volte la Navi difende il suo amato Avatar dalle minacce di altri uomini. La prima volta, da un Navi stesso, poi da un umano, il più cattivo di tutti, che addirittura viene ucciso per mano di lei. Di solito, il duello finale avviene sempre tra il protagonista maschio e il più cattivo dei persecutori, che viene ucciso dopo una lotta cruenta. Questa volta no. Il duello finale inizia così, ma finisce con la Navi che uccide il più cattivo, salvando Avatar da una morte certa. Nella nostra civilizzata società, le donne devono combattere contro una mentalità che è ancora ben radicata nella mente di uomini ma anche di molte donne. Una società che considera le donne alla stregua dei bambini e degli anziani. Una società che considera le donne come piacere sessuale. Una società dove se una donna difende pubblicamente il suo uomo, questo reagisce vergognandosene perché si sente ferito nella dignità di uomo!!! E nel rapporto uomo-donna: è lei che “lo vede” per prima, che coglie “il segno” e comprende che dentro di lui ci sono delle potenzialità. E' lei che sopporta il suo “essere bambino”: “Sei come un bambino! ”, gli ripete di continuo. E' lei che aspetta il suo crescere, la sua difficoltà a prendersi delle responsabilità mature. E' lei che, nonostante sia stata tradita, lo riaccoglie a sé. Penso che questa modalità, sia tipica anche nei rapporti uomo-donna della nostra società, solo che gli uomini non l'accettano. Sono una donna, qualcuno potrebbe pensare, di parte. Ma anche alcuni uomini, pensano che molto, nella coppia è “iniziato” dalla donna, la forza dell'uomo sta nell'accettarlo e andare oltre per portare avanti un rapporto, una relazione, insieme, nel riconoscimento reciproco dell'altro: io ti vedo. Mi piacerebbe andare più a fondo, aggiungere altre cose... ma il post risulta già abbastanza lungo così. Andate a vedere Avatar, è un bel film (ma non portateci bambini troppo piccoli ;)!!!
giovedì 4 febbraio 2010

Il ragazzo selvaggio dell'Aveyron - Riflessioni


Victor è un bambino di circa 12 anni, trovato nei boschi francesci dell'Aveyron alla fine del 1700. Essendo vissuto nei boschi, Victor era privo di qualsiasi tipi di educazione e comportamento civilizzato: non parlava, si isolava, aveva scoppi d'ira, comportamenti autostimolatori, non rispondeva al richiamo e non reagiva ai rumori intorno a lui, come fosse sordo (oggi, per questi comportamenti presenti nel fanciullo, molti ritengono che fosse affetto da autismo).
Gli studiosi del tempo cercarono di dare delle spiegazioni e fare delle ipotesi diagnostiche sul caso di Victor, che non trovarono però nessun fondamento scientifico e, tutti gli sforzi si concentrarono così sulla sua ri-educazione, colta come "sfida" da Itard, che lo prese con sè.
Itard, aiutato dalla governante, si prende amorevolmente cura del ragazzo.
Trovo fondamentale sottolineare come tra Victor Itard e la governante si siano stabilite delle relazioni di tipo diverso, ma fondate su una emotività che si coglie dal libro, ma ancor più dal film, diretto e interpretato da Truffaut. La terapia non avrebbe sicuramente avuto i suoi risultati senza lo stabilirsi di una relazione così emozionata, vissuta, sentita e intensa.
Inoltre, dalla lettura del libro risulta chiaro che il medico francesce nel ri-educare Victor non solo propone programmi appartenenti al metodo oggi comunemente chiamato ABA (tipo imitazione grosso e fine-motoria, imitazione verbale, mand, appaiamenti...), ma usa proprio le tecniche comportamentali (stimolo-risposta-conseguenza).
Itard, la governante e Victor, con mio grande dispiacere, non vengono mai ricordati da chi si occupa di autismo: la memoria di una così bella esperienza potrebe essere di insegnamento a tutti.
domenica 31 gennaio 2010

Conoscere e usare i mandala a scuola




Dal libro Conoscere e usare i mandala del mondo di Maria Pia Alignani.

Il mandala è una figura archetipica che rimanda, quindi, ad immagini dell'inconscio collettivo che emrgono da antichi racconti tramandati oralmente.
Jung collegò il disegno dei mandala al Sé, cioè alla totalità della persona e ipotizzò che questi disegni esprimessero la globalità della personalità e delle sue potenzialità.

Primi scarabocchiUno dei primi risultati che i bambini piccoli cercano di ottenere, appena hanno una matita in mano, è la chiusura di un cerchio.
Spesso iniziano con una forma che assomiglia a una o più spirali e che, tramite esperimenti, spesso simili a macchie, porta a raggiungere una forma più o meno circolare, ma comunque chiusa.
Il bambino mostra questa forma con grande soddisfazione poiché gli permette di rappresentare il volto umano, il sole e il fiore che sono universalmente i primi disegni.

E' interessante notare che il fiore viene quasi sempre rappresentato con quattro petali orientati istintivamente nelle quattro direzioni cardinali. Allo stesso modo i raggi che rappresentano la luce del sole, che in sé rappresenta un mandala, partono quasi sempre da linee verticali e orizzontali.

E' possibile quindi supporre che la forma del mandala e il desiderio di ottenere un cerchio sia parte di noi: nelle scuole per l'infanzia che hanno utilizzato questo strumento, i bambini hanno trovato assolutamente naturale dedicarsi con attenzione a colorare mandala: l'attività li prendeva completamente, non vi erano momenti di disturbo ma un silenzio creativo, talvolta accompagnato da un lieve sottofondo musicale e il risultato era una grande soddisfazione per il risultato raggiunto.
L'insistenza degli insegnanti di colorare dentro i bordi non era accolta da insofferenza, ma considerata parte integrante di quell'attività un po' magica.

Se inserito in un programma curricolare, il lavoro sui mandala ha la potenzialità di aumentare la concentrazione, il silenzio, la riflessione, la creatività, l'autoefficacia percepita.

Possono essere utilizzati con diversi obiettivi:
consapevolezza nell'uso del colore e delle forme,
insegnamento della storia e della geografia,
conoscenza di varie civiltà e popili per l'integrazione culturale,
consapevolezza delle strutture architettoniche,
saper osservare i modelli di decorazione classici,
conoscenza delle leggende in cui compaiono i mandala,
conoscenza degli elementi principali e vitali del mondo,
conoscenza dei punti cardinali, dell'orientamento personale,
....
I modi e gli spunti a cui i mandala si prestano sono infiniti e possono offrire alle insegnanti (educatori, genitori) un modo diverso di proporre le attività da svolgere raggiungendo molteplici obiettivi, non solo accademici ma, soprattutto, di una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé.

Cambiamenti...

L'inverno è appena arrivato, ma con il suo arrivo anche le giornate si sono lievemente allungate: segno, immerso nel freddo, che la primavera arriverà. Ne sento l'odore!!! E, con la primavera arrivano anche i cambiamenti: il blog "si veste di nuovo"!!! Con i colori pastello (verde, marrone, blu, arancio, rosso), i post a sinistra, le info sugli argomenti del blog, le petizioni da firmare, i feedati amici e tutto il resto a destra, ed in fondo alla pagina tre foto (un fiume con in primo piano dei fiori rosa, delle margherite con petali rossi, un gatto rosso), il blog mi accompagnerà per questo anno... e forse anche per altri. Tempo fa, I colori della mente, era nato con lo scopo di poter esprimere i miei pensieri su diversi argomenti. Poi, per un periodo il tema "attualità" ha preso il sopravvento e in quel momento avevo deciso di aprire altri blog a tema: uno sulla famiglia, uno sulla disabilità, un altro sul volontariato, uno sulle frasi lette sui libri, uno sulla scuola. Il blog principale è sempre rimasto questo, ma aveva perso la sua anima: il suo nome, "I colori della mente", stava proprio ad sottolineare che una unica persona può essere il contenitore di attività, interessi, hobby diversi (i vari colori, appunto) e che li poteva esprimere colorando il blog di diverse tonalità. E tempo che i colori, dispersi, ritornino in un contenitore unico!!! NB- Se notate che manca qualcosa di vostro che ho perso durante il trasloco, fatemi sapere e sarà ripristinato :)
martedì 12 gennaio 2010

La formazione (?) degli insegnanti nell'autismo (un'esperienza)



In seguito alla richiesta di una mamma di una bambina con autismo, riporto una lettera che lei ha scritto alla preside di una scuola in seguito ad un GLH.
I dati sensibili sono stati omessi.

Gent.ma Preside,
alla luce di quanto è emerso al GLH del giorno (), Le confesso il mio grande disappunto per la poca informazione avuta riguardo ai comportamenti di mia figlia all'interno della scuola. Non si può giudicare senza conoscere e, in quel contesto, la conoscenza della bambina e della sua patologia era completamente assente.
La preparazione degli insegnanti di sostegno di mia figlia è completamente inadeguata al problema. E' dalla non conoscenza che nascono informazioni sbagliate, si danno giudizi pesanti che danneggiano soltanto.
Non è stata fatta alcuna integrazione all'interno della classe ma soprattutto non è stata data alcuna informazione e preparazione alla classe che avrebbe dovuto accogliere mia figlia.
Si pretende in un contesto così difficile di mettere la bambina alla lavagna e farla lavorare? Sono stati dati agli insegnanti strumenti e linee guida da seguire, fra questi non c'era certo quella di far eseguire lavori alla lavagna. E' chiaro che questa frustrazione è venuta fuori nel modo sbagliato.

Si parla molto d'accettazione, di solidarietà ecc. Le posso dire che con mia figlia non si può fingere perché lei sente le persone dalle quali viene accettata per quello che è. con lei falsità e finte attenzioni non passano...
Forse la scuola andrebbe molto meglio se le persone che seguono questi bambini siano preparate nello specifico con corsi di aggiornamento e altro, ma troppo spesso manca la passione per il lavoro che svolgono!

In casa la bambina ha fatto notevoli progressi, è genitle, abbastanza collaborativa e ubbidiente come può esserlo una qualsiasi adolescente. Come può essere che a scuola si verifichi esattamente l'opposto?
Il continuo cambiamento degli insegnanti (dall'inizio dell'anno sono stati ben 4) probabilmente ha comportato notevoli disagi; si sa bene che l'accettazione di nuove figure richiede tempi lunghi, ma forse questo è un dettaglio!

Sentivo di dover scrivere quanto detto per dare voce alla realtà mia e di mia figlia che è ben lontana da quella dipinta in sede di GLH, lo dovevo e lo devo soprattutto a mia figlia e a tutte quelle persone che mi hanno accompagnato e sostenuto in questo percorso di crescita con risultati concreti e soddisfacenti.

All'interno della scuola ringrazio alcune insegnanti che sono state e sono due figure di riferimento importanti per mia figlia e per me, e ringrazion Lei che mi ha prestato attenzione in questo momento di verifica sperando in una collaborazione futura più armoniosa e produttiva.
Cordiali saluti.

Successivament la mamma mi fa sapere che:

La lettera non ha ricevuto alcuna risposta. Ho cambiato quindi scuola con tutti i disagi che questa scelta obbligata può comportare; sperando di incontrare situazioni nelle quali potrà esserci, si, un incontro professionale, ma soprattutto un incontro emotivo e umano.


Una mamma
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La nostra squolaMaestra: scuola si scrive con la "c".
Alunno: si, ma solo quando è corretta!

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