domenica 30 settembre 2007

Anoressia

"L'anoressia, che non è un disturbo dell'alimentazione ma una sofferenza dell'inconscio, non la si può aggredire a suon di campagne pedagogiche di stato, né di grancasse mediatiche". Così Dominijanni su Il Manifesto di ieri ha commentato la campagna pubblicitaria "No Anorexia" firmata Oliviero Toscani."Deleteria dal punto di vista della prevenzione", spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare, Palazzo Francisci di Todi. "Le ragazze che hanno questo problema, quella fotografia non la trovano per niente orribile, loro vogliono essere così". Se Oliviero Toscani è riuscito a fare cose interessanti in altri ambiti, "non ha capito l'anoressia". Da sempre provocatore, Oliviero Toscani, si è lanciato su un argomento quello dell'anoressia, tanto tabù quanto in voga, forse senza però averlo compreso."Sensibilizzare va bene, ma non così; infatti la maggior parte delle persone che si occupano, dal punto di vista 'tecnico', del problema sono state contrarie. E non per ragioni moralistiche, ma perchè questa scelta comunicativa non è efficace", continua Dalla Ragione.Sostegno, invece, è arrivato forse un po' incautamente, dalla Ministra Livia Turco che ha dichiarato di apprezzare sia i contenuti sia le modalità di realizzazione della campagna: "Un'iniziativa come questa è uno strumento da prendere in assoluta considerazione".Se è vero che da un lato è un'immagine che rompe l'ipocrisia - la stessa ragazza del manifesto di Toscani vestita sfila senza che nessuno dica nulla - dall'altra non basta un'immagine scioccante, ma priva di alcun tipo di feedback, come puntualizza Dalla Ragione."Sensibilizzare significa anche spiegare, ad esempio, che esiste una cura, mentre la foto lancia un messaggio molto ambiguo"; il rischio è che nelle persone normali generi una sensazione di repulsione piuttosto che una disposizione a prendere in carico le persone sofferenti, mentre per le persone che hanno il problema un corpo così è normale.Il manifesto non "raggiunge" molti, ma prendendo in prestito le parole di Dominijanni: "da stasera sulle anoressiche ricomincerà la grande abbuffata di prediche in tv officiate da Vespa, con esperti di ogni risma pronti a sentenziare questo e quell'altro pur di ammutolire, ancora una volta, il sintomo anoressico e quello che esso manda a dire". norina wendy di blasio Fonte: www.ilpensiero.it
lunedì 24 settembre 2007

Tra un'ora, la follia

E' un libro che mi è piaciuto molto: si susseguono 19 racconti in cui Andreoli identifica delle storie che vanno ad essere inserite in una zona della psiche umana che qualcuno chiama "zona grigia" definendola come una zona in cui si cancella il confine fra la normalità e la follia.

Questo mi ha fatto riflettere: perché, esiste una zona dove la normalità si compenetra nella follia e, non si distunguono?!?

No, non per me! Se non si distingue la 'normalità' allora già non lo è più! E di sicuro non c'è niente di 'normale' nei racconti di questo libro. Sempre se come 'normale' si intende un comportamento corretto verso se stessi e verso gli altri, un comportamento che non lede l'integrità e la dignità di nessuno.

Non credo che sia questione di "zona senza confini", credo piuttosto che in questi casi si sia andati oltre il confine e si 'sguazzi' nella follia.

Che, poi, la follia si incontri nel quotidiano, è un'altra cosa.

Che, poi, spesso ciò che si reputa 'normalità' appartiene alla follia, è un'altra cosa.

Che, poi, la follia vissuta quotidianamentefa sembrare il folle meno folle, è un'altra cosa.

Che, poi, la cultura trasmette e in qualche modo approva, anche 'involontariamente', comportamenti folli facendoli sembrare normali, è un'altra cosa.

Che, poi, si compiono azioni da folli dicendo che 'non c'è niente di male' o trovando una scusa come giustificazione, è un'altra cosa.

Che, poi, sempre meno persone si scandalizzano davanti agli orrori della follia, è un'altra cosa.

Che, poi, si è sempre pià concentrati sul soddisfacimento delle proprie pulsioni anche a discapito di noi stessi e di altre persone (figli, nipoti, madri e padri, parenti vari, amici...), è un'altra cosa.

Sono tutte cose orribili, per cui invoco lo "scandalo"!
domenica 16 settembre 2007

Felix è morto!

E’ morto Felix, il macaco nato nel laboratorio di vivisezione della Oxford University con il solo scopo di essere una cavia. Del resto il genoma del macaco è uguale al nostro per il 97,5%, e proprio per questo alcuni esseri umani si sentono in diritto di poter disporre a proprio piacimento della sua vita.

Felix è morto dopo un anno di torture!

Sapete, il progetto è iniziato nel 2006 e durerà ancora per 4 anni: per ogni anno sono previsti due macachi per esperimenti, che poi verranno uccisi dalle stesse persone che lo faranno nascere e che lo tortureranno per un anno intero.

Stanno facendo una campagna che raccoglie consensi per la difesa dei macachi:

http://www.speakcampaigns.org/felix/rip.php

Firmate in tanti, basta un clic.
sabato 15 settembre 2007

Gattomania


Possiedo un gatto da 7 anni. Come tutte le persone che hanno un animale, penso che la storia di Leo (è il suo nome) è particolare e diversa rispetto a quella di tutti gli altri gatti…ed effettivamente la sua è proprio diversa :-)

Leo è un micio molto delicato, per via della sua storia: quando l’ho trovato non aveva peli, mi entrava nel palmo della mano, gli occhi erano ancora chiusi e…non era molto chiaro che animaletto fosse. I primi sei mesi circa li abbiamo passati più dal veterinario che a casa.

Non voglio tediarvi con la storia di Leo ma, vorrei scrivere alcuni consigli che ho imparato dai veterinari e leggendo libri sui gatti per saper valutare il suo stato di salute.
Purtroppo quando il gatto sta male non sempre lo comunica in modo diretto e noi padroni possiamo capire se sta male solo dal suo comportamento: cosa non sempre così semplice poiché si tende a sottovalutare alcuni segnali.

Come primo argomento ho scelto il “vomito”. Cosa fare se il vostro gatto vomita spesso?
Per prima cosa bisogna controllare il tipo di vomito e/o il momento in cui succede:

¨ Se vomita subito dopo aver mangiato, non preoccupatevi, probabilmente ha ingerito il cibo con molta foga. Generalmente il consiglio è quello di diminuire la dose di cibo che si dà aumentandone la frequenza. Leo emetteva questo comportamento: quando gli si offriva il cibo, spesso vomitava subito dopo aver mangiato con foga (probabilmente per la fame sofferta da cucciolo), la cosa si è risolta spontaneamente poiché ho cominciato a dargli la razione giornaliera di cibo tutta insieme e lui, nel giro di poco tempo, ha imparato a regolarsi. Ormai è completamente autonomo e non vomita più! Purtroppo non tutti i gatti imparano a regolarsi: avendo il cibo tutto disponibile fanno solo delle grandi scorpacciate, ma tentar non nuoce.
State attenti però, perché un’altra causa del vomito è proprio che il micio ha mangiato troppo!
¨ Se il gatto vomita lontano dai pasti, purtroppo è potrebbe essere grave, come ad esempio un avvelenamento. Potete tenere il gatto a digiuno per 24 ore circa e vedere se la situazione migliora, ma vi consiglio di fare un salto, o almeno una telefonata, dal vostro veterinario di fiducia (che vi consiglio sempre di avere!).
¨ Se il vomito consiste in saliva e/o del muco chiaro (a volte con la presenza di fili d’erba e peli) è un comportamento normale poiché il gatto sente il bisogno di “pulirsi” per eliminare il pelo ingerito nel lavarsi.
¨ Se vomita sangue non dategli assolutamente né da bere né da mangiare e portatelo subito dal veterinario. Controllare il tipo di sangue vomitato (se chiaro, scuro, coagulato, con cibo o senza…). Attenzione a non confondere il muco con la schiuma: in questo caso va portato subito dal veterinario!
¨ Altre cose da tenere presenti in caso che il gatto vomiti spesso e/o insolitamente sono tutti gli altri motivi da cui può dipendere il vomito: infezioni o patologie renali, vermi, malattie dello stomaco e dell’intestino, peritonite, bronchite.

Ovviamente non sono un veterinario, quello che so è per esperienza (che può essere diversa da persona a persona) o per averlo letto da qualche parte, vi consiglio quindi di interpellare il vostro veterinario prima di intraprendere qualsiasi azione in merito al problema del vostro ‘micetto’.
mercoledì 12 settembre 2007

Automobilisti, pedoni e 'zebre'!

Il rapporto tra pedoni e automobilisti non è mai stato un rapporto tranquillo, ma
ultimamente le cose stanno degradando ulteriormente:
- mogli di illustri signori italiani investite mentre attraversano sulle strisce;
- pedoni che vengono insultati perché camminano troppo lentamente mentre attraversano;
- automobilisti che quando vedono un pedone in procinto di attraversare sulle “zebre” invece di rallentare, accelerano;
- pedoni che insultano automobilisti che non si fermano.

Le cronache sono ormai piene di articoli dove il ‘povero’ pedone che, ricordiamolo, sulle strisce ma solo sulle strisce, ha la precedenza rispetto all’automobilista, deve faticare per attraversare rimanendo incolume (qualora non ci fossero semafori o percorsi pedonali deputati a gestire il problema).

I pedoni hanno ragione!

Del resto sono vulnerabili rispetto a chi sta comodamente seduto sulla propria macchina a farsi ore e ore di traffico (almeno in una città come Roma!).

Posso parlare sia da pedone che da automobilista, visto che non sempre ho la possibilità di utilizzare la macchina.

Come pedone posso effettivamente confermare che da un lato c’è molta arroganza, strafottenza e maleducazione da parte degli automobilisti che pensano di “essere padroni della strada” (frase letta in diversi blog dove si parla dell’argomento!): noi poveri pedoni (in questo momento sono un pedone!) per attraversare la strada rischiamo di continuo di essere messi sotto una macchina che non si ferma, anche quando abbiamo la precedenza.
Diverse volte ho rischiato che una macchia o anche un motorino mi facesse male e, mi sono presa anche degli insulti alquanto irripetibili!
Molte volte mi è capitato che, in procinto di attraversare (sempre sulle strisce) mi si sia accodato un signore/a anziano che non riusciva ad attraversare da solo!
Troppe volte mi sono chiesta perché in Italia, visto che pago le tasse, non possano mettere un semaforo a richiesta (magari che funzioni solo a richiesta!), oppure fare dei piccoli ponticelli, oppure dei sottopassaggi, certo non dappertutto, ma un poco di più perché no!
Qualche anno fa sono stata in Norvegia per lavoro e mi sono meravigliata di come gli automobilisti se fermassero anche se solo avevano la percezione che il pedone stesse per attraversare: “che grande popolo!” ho pensato, che grande prova di civiltà e di rispetto verso il prossimo.

Devo comunque dire che gli episodi in cui gli automobilisti si fermano per far attraversare, sono in qualche modo aumentati.

Come automobilista, faccio una premessa: abito a Roma, nella zona a nord e lavoro a sud. In una città come Roma la cosa non è trascurabile. Quando sono in macchina ho sempre un occhio di riguardo per i pedoni…ma devo dire la sincera verità: mi fanno arrabbiare molto. Voi direte: ‘arrabbiati pure, sei un automobilista, noi pedoni ci facciamo male se ci investi e quindi abbiamo ragione noi’.
Beh, non è proprio così: anche i pedoni (così come noi automobilisti, chi lo mette in dubbio?) dovrebbero andare a frequentare dei corsi di educazione civica (ma a suola non si fa più?).
Vedete, a Roma in circa 100 metri di strada, ci sono almeno due gruppi di strisce pedonali e, sapete cosa succede, succede che i pedoni attraversano sul primo gruppo di strisce (che poi non ho ancora capito bene perché ma mentre attraversano e tu automobilista hai rallentato, rallentano anche loro!!! E’ una rivalsa?!?) e la macchina rallenta, poi si incontrano pedoni anche sul secondo gruppo di strisce pedonali e la macchina rallenta, poi i pedoni si incontrano anche TRA i due gruppi di strisce, cioè dove le strisce non ci sono, e la macchina rallenta!
Allora, se devo percorrere in questo modo circa 50 km al giorno andata e ritorno per Roma e in mezzo al traffico, con i pedoni che sbucano da tutte le parti, anche dove non te lo aspetti e anche dove spesso il semaforo è rosso (perché non possono aspettare il verde, vanno troppo di fretta!!!), beh, se permettete, mi fanno arrabbiare non poco, visto che così ci metto il doppio del tempo per fare i famosi 100 metri, figuriamoci 50 km!
Un collega automobilista, ultimamente, ha preso una multa di euro 200 e 4 punti patente tolti perché non si è fermato sulle strisce mentre passava un pedone (che ovviamente è incolume!), ma nessuno si è domandato quante altre volte l’automobilista si è dovuto fermare perché il pedone non rispetta i segnali stradali attraversando dove più gli fa comodo, e non ho mai sentito di pedoni che hanno preso multe così salate per aver attraversato fuori dalle strisce!

Credo che ci voglia educazione da entrambe le parti se si vuole raggiungere un modo di vivere basato sul rispetto. Ma credo anche che la responsabilità di questo sia da dare anche a chi gestisce il traffico e (non) offre le infrastrutture adeguate per chi deve semplicemente ‘uscire di casa’ per vivere.

Bene, come automobilista mi impegno a fermarmi se ci sono pedoni che attraversano sulle strisce e quando il semaforo è rosso, ma mi impegno anche a boicottare i pedoni che con il loro comportamento non dimostrano di rispettare l’automobilista infrangendo le regole che governano il traffico!
domenica 9 settembre 2007

Lo sbadiglio è contagioso?

Avete mai sentito il fatto che lo sbadiglio è così contagioso da dilagare in breve tempo a tutti i presenti in una stanza?

Bene, gli scienziati non sono ancora d’accordo sul fatto che lo sbadiglio sia contagioso!

Loro pensano che questo fenomeno dipenda dalla capacità di empatia che una persona possiede. E questa ipotesi che hanno fatto è supportata da uno studio in cui hanno mostrato persone che sbadigliano a bambini con un disturbo dello spettro autistico, con la conclusione che questi bambini non vengono “contagiati”.
L’empatia ricade nel concetto di “teoria delle mente” che significa essere capaci di comprendere i pensieri, i desideri, le opinioni delle altre persone. La teoria delle mente, quindi, ci permette di capire gli altri e di spiegarne e prevederne il comportamento.
Molti autori hanno dimostrato che questa abilità si costruisce nel tempo e che i bambini prima dei 3-4 anni non la possiedono.
Oggi molti danno per certo che la difficoltà maggiore per i bambini con autismo è data proprio dalla mancanza di teoria della mente
Il test più usato per vedere se il bambino possiede o meno questa capacità è il Sally-Anne, dove si presentano due bambole che si chiamano Sally e Anne, appunto, e si fa vedere che Sally mette una palla dentro una scatola e poi esce. Anne sposta la palla da una scatola ad un’altra mentre Sally è fuori. Poi Sally torna e…dove cercherà la sua pallina?
Il bambino deve capire che Sally crede che la palla sia ancora nella scatola dove l’ha messa prima di uscire, ma con i bambini con autismo questo non accade circa nell’86% dei casi, dove il bambino risponde invece indicando il posto dove la palla è dopo che Anne l’ha spostata.

In questo studio è stato formato un gruppo di bambini con autismo tra i 7 e i 15 anni e un gruppo altrettanto numeroso di bambini non diagnosticati autistici.

E’ stato fatto vedere un video dove delle persone sbadigliano ad entrambi i gruppi di bambini. Poi è stato mostrato un video di controllo dove delle persone aprono la bocca ma non sbadigliano e, successivamente, è stato mandato in onda un cartone animato.

Si è potuto quindi osservare che i bambini con autismo non sbadigliano né al video principale né a quello di controllo, dimostrandosi immuni dal “contagio dello sbadiglio”.

Sembra che questo tipo di studi possa aiutare la ricerca a capire i deficit di una mente non empatica come quella dei bambini che si trovano nello spettro autistico, in alcune psicopatologie e nella demenza.

Fonte: Bps-research-digest.blogspot.com
mercoledì 5 settembre 2007

Autismo e sostegno nelle scuole

TERAMO - Con la ripresa dell'anno scolastico tornano in primo piano le proteste per i tagli degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno agli alunni portatori di handicap. A sollevare il caso è Virginia Sacripante, residente a Monticelli, una frazione di Teramo, mamma di un bambino autistico di 6 anni che quest'anno si è vista notevolmente ridimensionare la quantità delle ore di sostegno assegnate a suo figlio: il piccolo avrà l'insegnante solo per 12 ore mezzo alla settimana e non per le 21 previste dalla normativa.

Conosco personalmente situazioni in cui il monte ore settimanale del sostegno per bambini affetti da questa patologia è di 5 a settimana. Veramente poche rispetto alla gravità della patologia!
Penso che la scuola debba ormai adeguarsi ai “nostri giorni”, giorni in cui le nascite di bambini portatori di handicap sono in aumento, in particolare per quanto riguarda la patologia autistica si parla di un vero e proprio stato di allarme dato che le statistiche parlano di un aumento esponenziale di questa patologia negli ultimi dieci anni, fino ad arrivare a 1 nascita su 160 circa.
In america già da qualche anno stanno cominciando ad adoperarsi per far fronte sia ai bambini autistici di adesso che agli adulti che un domani saranno.
In Italia siamo ancora molto lontani da tutto ciò, non solo per quanto riguarda l’organizzazione in generale del mondo della riabilitazione (di cui hanno bisogno queste persone) ma anche per l’organizzazione scolastica, dove la disorganizzazione la si ritrova nelle poche ore di sostegno offerte, ma anche nella preparazione degli insegnanti preposti che non risulta essere adeguata ai casi.
Non vuole essere una polemica sterile, ovviamente, ma si potrebbe anche pensare ad una formazione diversa degli insegnati di sostegno, che potrebbero studiare teorie e metodi adatti ad una particolare patologia!
Ma…in uno dei convegni organizzati dalla Erickson sull’integrazione scolastica, che ormai da qualche anno si organizzano a Rimini, è stato chiaramente detto da uno dei maggiori esponenti della stessa che il sostegno è spesso per gli insegnanti considerato come un “passaggio alternativo” per l’assegnazione della classe: si parlava di insegnanti di sostegno che entrano nella scuola con l’intento di insegnare alla classe passando “per la finestra”…
Se questo rispecchia la realtà, significa che ci sono veramente pochi insegnanti che scelgono di essere gli insegnanti di un bambino portatore di un handicap.


Il taglio è stato deciso dalla direzione scolastica regionale. «Nonostante io sia consapevole che mio figlio non potrà mai avere una vita normale con una famiglia, degli amici e dei propri figli», scrive in una lettera la donna, «vedo costantemente i suoi progressi. Nell'ultimo anno scolastico ha avuto un notevole cambiamento, soprattutto per ciò che concerne la sua vita sociale: ha in parte smesso di isolarsi e spesso cerca la mano del compagno per disegnare e colorare insieme. Come mamma mi chiedo perché ora mio figlio non possa più avvalersi a pieno del suo diritto di essere seguito a scuola, perché gli vengono ridotte le ore di sostegno in un momento così delicato, quando i miglioramenti sono ancora possibili. Perciò vi supplico di aiutarmi ed aiutarlo, e aiutare tutti coloro che sono nella mia stessa situazione. Vi chiedo di non negare una minima possibilità a chi ne ha bisogno. La scuola, l'istruzione sono diritti umani. Io credo che nessuno possa immaginare cosa significhi il termine autismo, cosa significhi a fondo, un po' per la mancanza di informazioni, un po' per la paura di vedere una realtà diversa. Solo chi come me vive lo stesso problema può capire, in parte, il mio disagio, il disagio di genitori distrutti che non possono dormire quando hanno sonno, non possono mangiare quando hanno fame, che sono atterriti ogni notte dal pensiero che il loro piccolo possa far del male a se stesso e agli altri».

E’ vero: potrei portare testimonianze di decine di genitori che vivono questa stessa condizione! Una condizione veramente di forte disagio. Tra l’altro in una delle ultime ricerche pubblicate su una rivesta della Erickson, viene riportato come la maggior parte dei genitori di bambini autistici abbia difficoltà ad insegnare delle routine quotidiane ai propri figli, scoprendo poi che a scuola, invece, sono riusciti nell’intento (nella ricerca si parla dell’uso corretto delle posate) e che successivamente i genitori sapendolo, sono riusciti anch’essi. Esempio di come una scuola che funzioni in questo senso sia fonte di supporto per le famiglie!
Nella lettera la donna lancia un appello a tutte le istituzioni affinché suo figlio possa avere l'insegnante di sostegno per tutte le ore previste dalla normativa, ma apre anche una finestra sulla realtà di tanti genitori che spesso si ritrovano soli a dover far fronte all'esistenza di un figlio disabile.

«Nei pochi attimi in cui il fratello maggiore riesce a coinvolgerlo in qualcuno dei suoi giochi», continua la donna, «vedo in lui una espressione di infinita gioia, di pura felicità e questo non può far altro che riempirmi il cuore. In questi momenti si fanno più forti le mie convinzioni, ossia che bisogna sfruttare al massimo questo periodo».


Fonte: www.superabile.it


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La nostra squola
Alunno: maestra, scuola si scrive con la "C".
Maestra: si, ma solo quando è corretta

Foreste: le stiamo salvando?

Il mercato dei «crediti di carbonio» è un incentivo a tagliare le foreste? Così sostengono alcuni biologi in uno studio pubblicato sul Journal Public Library of Science Biology. I «crediti di carbonio» sono una delle invenzioni del Protocollo di Kyoto sul clima, un cosiddetto «meccanismo di mercato» per aiutare i paesi a rispettare i proprio impegni (il Protocollo obbliga i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas di serra, in media del 5,2% rispetto al 1990 entro il periodo 2008 - 2012). Uno di questi meccanismi è la compra-vendita di «diritti di emissione» (chi riesce a tagliare i propri gas rivende le proprie quote a chi è in ritardo). Poi ci sono i «meccanismi di sviluppo pulito»: i paesi industrializzati possono finanziare interventi che risparmiano energia (ed emissioni) in paesi del Sud del mondo, e attribuirsi le emissioni «mancate» come «crediti». Se il principio è semplice, la realizzazione è complicata: ci sono voluti anni di lavoro di comitati tecnici per definire che tipo di progetti rientrano nello «sviluppo pulito», o come quantificare le emissioni evitate. In teoria si tratta di progetti per il risparmio energetico o per tecnologie «pulite»; più spesso sono progetti di riforestazione. Anche questo ha suscitato polemiche: ad esempio, le piantagioni commerciali vanno considerate «riforestazione»? Il business dei «meccanismi di sviluppo pulito» è affidato a un fondo gestito dalla Banca mondiale per lo «sviluppo sostenibile», il Global Environmental Facility (Gef). Ora, un gruppo di ricercatori fa notare che il mercato dei «crediti di carbonio» può trasformarsi in un incentivo a tagliare foreste. Capofila del gruppo è un ricercatore brasiliano, Gustavo da Fonseca, che lavora proprio al Global Environmental Facility. L'articolo pubblicato dalla rivista scientifica spiega che i «meccanismi di sviluppo pulito» premiano con «crediti di carbonio» paesi (e aziende) che piantano alberi nei territori in precedenza deforestati. Così però si crea un paradosso: chi ha tagliato ora trae vantaggio dai piani di riforestazione, mentre i paesi che hanno salvaguardato le proprie foreste non hanno nulla da «vendere». «Questo crea un perverso incentivo : sono incoraggiati a cominciare a tagliare, in modo che in futuro potranno mettere un limite alla deforestazione e incassare crediti», spiegava Fonseca (alla reuter, 13 agosto). Secondo gli autori dello studio, tutti impegnati con l'organizzazione ambientalista Conservation International, i paesi più a rischio di cadere in questo «incentivo perverso» sono quelli che hanno ancora oltre il 50% delle loro foreste in buono stato (Panama, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Perù, Belize, Gabon, Guyana, Suriname, Bhutan e Zambia e la Guyana Francese). Fonseca e colleghi si allarmano: il vero meccanismo di sviluppo pulito, dicono, sarebbe un «mercato globale della deforestazione evitata», piuttosto che premiare chi ripianta dopo aver tagliato. Un sistema che premi i paesi che tagliano poco: chi mantiene il tasso di deforestazione sotto la media globale ne riceverebbe dei «crediti». L'idea è interessante, ed è ragionevole pensare che sarà discussa ai prossimi appuntamenti internazionali sul clima, presso le Nazioni unite prima a Washington e alla fine dell'anno a Bali, in Indonesia, dove comincerà un negoziato sul post-Kyoto. Ultima annotazione: il Journal Public Library of Science Biology è una delle riviste della «Public Library of Science», letteralmente «biblioteca pubblica delle scienze», a cui partecipano scienziati e medici convinti che la letteratura scientifica debba essere gratuitamente accessibile a tutti, una risorsa pubblica. Tra i fondatori del gruppo ci sono scienziati delle università più prestigione, americane e non, e si attendono al principio del open access, accesso aperto: il materiale pubblicato può essere letto, scaricato, copiato, usato e distribuito citando gli autori. La conoscenza, dicono, deve restare una risorsa pubblica! www.ilmanifesto.it
martedì 4 settembre 2007

Blog: cosa ne pensano gli psicologi

L’anno scorso a dicembre è stato fatto un dibattito tra psicologi su cosa pensano dei blog gestiti dai professionisti della psicologia. Il Blog è stato definito un reality-sho della rete, uno spazio dove dar vita ai propri pensieri senza restrizioni, uno spazio che contiene emozioni come la gioia, l’amore, la rabbia, la desolazione…è quindi un modo per farsi conoscere e per conoscere gli altri, un modo per creare relazioni! Ed ecco che intervengono gli psicologi che si interessano del “caso” per analizzare, verificare, elaborare questa nuova modalità relazionale. Vediamo cosa ne pensano alcuni psicologi che sono intervenuti al dibattito: Maria Rita Parsi: « resto perplessa perché la Rete vuol dire assenza di vista, odore, suono. Il Blog è quindi una mediazione alla relazione. Hai le tue parole, ma non ti metti in gioco con il tuo aspetto, la tua voce, primo assoluto veicolo di comunicazione – la Parsi parla di “fantasmizzazione” del corpo, si assenza di fisicità. La Reta occasione per nascondere se stessi agli altri, per modificare la realtà; il web opportunità, conscia o inconscia, per mentire, inventare un ruolo, massimizzare l’espressione del narcisismo. Una fucina dell’ego». Giulietta Capacchione: « Persone che non avremmo avuto curiosità di conoscere per il loro aspetto, per la loro età, nel caso del Blog vengono approcciate in base al loro pensiero. L’aspetto non ha importanza, internet consente invece di abbattere la barriera fisica, di annullare un ostacolo al relazionarsi. Il narcisismo è nell’essere umano non si può dire che internet faccia ammalare di narcisismo, semplicemente tira fuori ciò che è in ognuno di noi». Condivido pienamente! Beatrice Toro: «aumenta il livello di narcisismo perché il blogger costruisce l’immagine di sé. Ma non è certo una patologia o un pericolo, è semmai una novità dei tempi. In questo senso, sotto il profilo clinico non ho mai notato eccessi causati dall’uso della Rete. Il narcisismo in Rete è tanto, ma se aiuta a uscire dall’autoreferenzialità conchiusa e porta a un’autoreferenzialità aperta grazie alla possibilità di comunicare con altri non ci vedo niente di male». Tonino Cantelmi: « Mi chiedo quale sia il livello di confronto in un Blog. Il confronto si stabilisce guardando negli occhi una persona. Non parlerei di relazioni, ma di pre-relazioni. Attraverso un Blog si può approcciare una persona, ma se all’approccio non segue l’incontro, allora è difficile pensare a una relazione. Ho conosciuto una professionista che fa grande uso della chat. Conosce persone, uomini, si entusiasma. Ma ogni volta che al dialogo in Rete segue l’incontro, il suo interesse nei confronti dell’altro decade completamente. In realtà, la gran parte degli incontri che si stabiliscono in internet rimangono virtuali». Può darsi, ma spesso nella realtà non riusciamo ad andare oltre le apparenze, oltre la fisicità, non riusciamo a guardare negli occhi VERAMENTE una persone, a guardargli l’anima. Mi viene in mente una frase che ho sentito tempo fa da un frate, che diceva che a volte le persone che si conoscevano durante la vita terrena, una volta riunite in Cielo, non si riconoscevano, perché solo anima…e, molte persone anche se vivono insieme una vita non si “vedono”. Giulietta Capacchione: «Il Blog è il discorso che una persona fa nella Rete e nel web non è mai un soliloquio. Persone con problemi di depressione anche grave sono state in grado di sostenere la loro condizione proprio grazie al ponte con il mondo che hanno potuto stendere attraverso internet» Tonino Cantelmi: « Pericoloso dirlo perché il blogger ci crede » Giulietta Capacchione: « Eppure, il Blog resta un veicolo straordinario per rimandare qualcosa di sé in modo consapevole, elaborazione del nostro pensiero. Esistono tante tipologie di Blog. C’è il Blog-terapeuta, luogo nel quale si esprime la sofferenza e si chiede una risposta di comprensione; esiste il Blog-analista, laddove si esce dalla parte narrativa del Blog, e si metacomunica il Blog stesso; ci sono i Blog che fanno recensioni e chiedono il parere al lettore; c’è il Blog relazionale, nel quale si chiede una certificazione di ciò che si scrive. “Il Blogger è una persona che ama scrivere e raccontarsi traduce il desiderio di avere un pubblico. E’ ricerca di conferme, necessità di autostima» Condivido pienamente e ammiro la tenacia di questa psicologia che, del resto, è una “blogger” anche lei! A proposito, gli altri lo sono? Veronica Simeone: « Il Blog è l’espressione delle tante identità del sé, riconoscibili al di là delle mediazioni perché resta una traccia inequivocabile e unica che ci rende, appunto, riconoscibili». Fonte: www.rai.it
lunedì 3 settembre 2007

A tavola, vi serviamo “pesce al mercurio”!

Un gruppo internazionale di scienziati ha rilanciato, con una pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Ambio, la Madison Declaration on Mercury Pollution (Dichiarazione di Madison sull'inquinamento da mercurio), un vero e proprio allarme mondiale firmato l'anno scorso da oltre mille scienziati nella Conferenza internazionale tenutasi nel Wisconsin (Usa). La Dichiarazione era avallata da cinque studi specialisistici che concentravano lo stato attuale delle conoscenze in materia.

Il nuovo allarme, scrive il quotidiano inglese The Independent, si riferisce ai rischi legati al consumo di pesce contaminato dal mercurio. I pesci assorbono questa sostanza che contamina i mari, e mettono a rischio in particolare la salute dei bambini e delle donne in gravidanza o comunque in età fertile (solo se mangiano carne di pesce, ovviamente). Sostanze inquinanti come piombo e mercurio hanno conseguenze sullo sviluppo del cervello nel feto, come si sa da decenni; gli scienziati sostengono che le misure messe in atto per ridurre al minimo l'esposizione non sono sufficienti.

L’inquinamento da mercurio procura effetti collaterali veramente gravi. Sempre più ricerche collegano il forte aumento della patologia autistica, (passata da una percentuale da 1/10000 nascite circa a 1/160 circa, in meno di dieci anni) e del ritardo cognitivo, con cause di inquinamento ambientale. Negli Stati Uniti già dal 2001 esistono degli istituti di ricerca per appurare proprio questo legame (due di questi istituti si trovano nell’Università della California e in quella del New Jersey).
I bambini con autismo, disturbo che compare nella prima infanzia (0-3 anni), presentano dei gravi deficit nell’interazione sociale, nella comunicazione e possono manifestare dei comportamenti bizzarri, stereotipati e ripetitivi.
Il collegamento tra l’autismo o altre malattie dello sviluppo, non è stato ancora dichiarato, ma sempre più professionisti parlano di “concause” tra cui una predisposizione genetica e delle irregolarità del sistema immunitario su cui, appunto, agirebbe anche l’inquinamento ambientale.

Nei bambini con autismo spesso si trovano alti tassi di mercurio, il thimerosal, che può trovarsi sotto forma di etilmercurio, acido tiosalicilico, idrossido di sodio ed etanolo. Si trova nei vaccini ed anche come conservante nei liquidi di pulizia delle lenti a contatto e negli spray orali.


Il mese scorso una ricerca di scienziati dell'Università di Bristol aveva concluso che tutto sommato i rischi al mercurio insiti nell'ingerire pesce sarebbero più che controbilanciati dai benefici effetti dei fondamentali acidi grassi omega 3, contenuti negli animali acquatici. Però, se diamo retta ai pericoli evocati dalla Dichiarazione di Madison, forse è meglio assumere questi grassi da fonti vegetali (soprattutto l'olio di semi di lino).

L’ omega-3 è un acido grasso, ritenuto indispensabili dai nutrizionisti, che serve a mantenere un cuore sano, a combattere gli effetti dell’artrite, favorisce un buono sviluppo del cervello nel feto, è un potente antinfiammatorio, controlla i trigliceridi e il colesterolo” cattivo”.
Ma non solo.
L’omega-3 svolge anche un importante ruolo a livello cerebrale poiché è coinvolto in molti aspetti della fisiologia neuronale, nell’attività dei canali ionici, nella fluidità della membrana, nella neurotrsmissione, nella modulazione dell’attività enzimatica.
Basse concentrazioni di omega-3 sono state trovate in pazienti affetti da depressione, dislessia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, demenza senile, disturbo bipolare e schizofrenia, oltre che nell'autismo, ma le cause non sono ancora state evidenziate.


I mille scienziati Usa ritengono infatti che il rischio del mercurio rappresenti ormai «un problema di salute pubblica nella maggior parte delle regioni del pianeta».

Oltre ai suoi effetti tossici sul feto, nuove prove indicano che esso possa aumentare il rischio di malattie cardiache presso un'altra categoria, gli uomini adulti.

Negli ultimi 30 anni i paesi a elevato reddito medio (altrimenti detti «sviluppati») hanno ridotto il proprio contributo diretto all'inquinamento da mercurio; in compenso è aumentato il contributo da parte delle nazioni impoverite (altrimenti dette «in via di sviluppo»). L'uso incontrollato del metallo nelle miniere aurifere, soprattutto quelle informali di piccola scala, ha già inquinato migliaia di siti nel mondo, mettendo a rischio la salute di almeno 50 milioni di abitanti e contribuendo anche al 10 per cento della contaminazione atmosferica da mercurio di origine antropica. Come fonti locali di mercurio sono significative anche, ha rilevato uno studio di qualche mese fa pubblicato sulla rivista BioScience, le centrali elettriche a carbone e gli inceneritori di rifiuti. Le particelle attraversano le frontiere, e poi dall'atmosfera inquinano i mari e sono assorbite dai pesci.

La diffusione globale della minaccia è rivelata dalle accresciute concentrazioni di mercurio anche in animali selvatici che si nutrono di pesci in aree isolate del pianeta; l'impatto sugli ecosistemi marini può condurre a un declino di quelle specie oltre che delle popolazioni ittiche. Il professor James Wiener, dell'Università del Wisconsin, ha detto: «Sono evidenti le implicazioni politiche di queste nostre ricerche. Occorrono politiche nazionali e internazionali efficaci per combattere questo problema globale».

Per tornare all'impatto sugli umani, negli Stati uniti le autorità mediche consigliano alle donne in gravidanza di limitare il consumo di qualunque tipo di pesce a non oltre 340 grammi alla settimana.

In Gran Bretagna la Food Standard Agency consiglia alle donne incinte di evitare pesce spada e merluzzo oceanico e di contenere il consumo di tonno: sono quelli i pesci che presentano i livelli più elevati di mercurio.

E per finire con uno specialissimo animale marino che ancora qualcuno - in Giappone - si ostina a mangiare., ieri è arrivata a Sidney in Australia la nave Esperanza di Greenpeace, dopo 42 giorni di navigazione ininterrotta nel mare Antartico per fermare le baleniere del Sol Levante

Fonte: www.ilmanifesto.it

Il desiderio dipende dal...naso!

ABBIATE cura del vostro naso, se avete a cuore una vita sessuale equilibrata. Perché i comportamenti tipicamente maschili, o tipicamente femminili, sono orientati non dal cervello ma da un organo olfattivo che, sollecitato nel modo giusto, induce le signore a comportarsi come tali, e gli uomini a fare la loro parte. Se, invece, viene stimolato nel modo sbagliato, o non stimolato affatto, tutto diventa più imbarazzante. Tutto ciò ha un fondamento scientifico: la prestigiosa rivista britannica Nature pubblica i risultati di una ricerca dall'esito, per certi versi, spiazzante.Protagonisti della ricerca sono alcuni topi di laboratorio e il loro organo vomeronasale, piccola struttura collocata subito dietro le narici, recettore deputato a captare i ferormoni, molecole conosciute anche per il ruolo, importante, che giocano nell'attrazione sessuale. Gli esperimenti vengono sempre condotti in laboratorio, un luogo che sicuramente non si trova in natura: l’esperimento quindi, potrebbe non avere lo stesso risultato se fatto in un ambiente naturale. Anche se questo è un po’ improbabile poiché credo che effettivamente gli animali seguano il loro naso: in qualche modo si devono pur accorgere che è arrivato il periodo in cui devono “favorire la prosecuzione della specie”!!! Credo, e spero, che sia diverso per noi esseri umani che…oltre al naso abbiamo qualcosa in più! La sessualità, l’intimità con il proprio partner non è regolata solamente dall’istinto della “prosecuzione della specie”, ma da altro, da qualcosa di più profondo che credo non sia solo “nel cervello”. E ispiratrici di aneddoti, letteratura e prodotti cosmetici, dal "Sto tornando a casa... non lavarti" che si dice Napoleone scrivesse all'amata Josephine, a "Falling in Love", un olio a base di ferormoni realizzato da Philosophy, marchio famoso negli Usa e in Inghilterra per i suoi prodotti di bellezza, 60 dollari per pochi millilitri e risultati, assicurano i produttori, sorprendenti. Non dimentichiamoci però del film chocolat con Jonny Depp, dove il desiderio sessuale veniva scatenato dalla cioccolata: un cibo! :-) Per tornare all'esperimento: ad alcune topoline l'organo vomeronasale è stato "disattivato" con una modifica genetica. Risultato, le topoline non sono state in grado di captare la presenza di ferormoni e hanno adottato comportamenti sessuali tipici dei maschi della loro specie, dal corteggiamento all'accoppiamento. Trascurando anche i loro piccoli, cosa inusuale poiché le femmine dei topi dedicano ai neonati almeno l'80% del loro tempo. E’ risaputo che tutto il sistema neurologico ha un equilibrio molto delicato: se si tocca qualcosa inevitabilmente si avranno delle conseguenze. "La femmina si comporta esattamente come un maschio" ne deduce Catherine Dulac, ricercatrice della Harvard University di Boston, perché nel cervello femminile "esiste un circuito di comportamento maschile perfettamente funzionante". Insomma, almeno per i topi, il cervello è unico indipendentemente dal sesso dell'animale, ovvero possiede sia i circuiti "maschili" sia quelli "femminili". Solo che, nelle femmine, quelli maschili sono "spenti", e viceversa. La ricerca pubblicata da Nature dimostrerebbe dunque che i comportamenti cosiddetti sesso-specifici sono sotto il controllo dell'organo vomeronasale, e non dipendono da differenze strutturali presenti nel cervello. Al contrario, si è sempre pensato che negli animali e nell'uomo ci fossero un cervello 'maschio' e uno 'femmina' diversi dalla nascita per via di condizionamenti ormonali che, durante lo sviluppo intrauterino, differenziano il cervello creando circuiti maschili in un embrione maschio, femminili in uno femmina. Ma alla luce di questo studio, la situazione si fa più complessa. Comunque sia, questo articolo mi ha fatto pensare al film “profumo” di Tom Tykwer, tratto dall’omonimo libro di Patrick Suskind, che parla di un assassino e del suo naso: le sue sensazioni, i suoi desideri, le sue ossessioni nascono in seguito all’odore che riusciva a percepire….:-) Fonte: http://www.repubblica.it/
domenica 2 settembre 2007

Coccole amore e voglia di tenerezza non solo sesso, la rivincita del Viagra

È universalmente conosciuto come la pillola "dell'amore", inteso come sesso: la medicina che ringiovanisce gli uomini, a letto, aumentando e prolungando il vigore del loro organo riproduttivo. Ma adesso salta fuori che il Viagra ha anche un altro effetto, incidendo sull'amore inteso nel senso più romantico del termine: ossia rende gli uomini più dolci, più propensi alle effusioni e alle coccole, più legati alla propria compagna, insomma più innamorati. La sensazionale scoperta, riportata dall'autorevole rivista scientifica Journal of Phisiology e ripresa ieri dal Daily Telegraph di Londra e da altri quotidiani britannici, è opera di un gruppo di ricercatori della University of Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti. Gli scienziati americani hanno stabilito che la "pillola blu" mette in moto nel cervello una "chimica delle coccole" che accresce l'attitudine al romanticismo. Saranno necessari altri studi, prima che milioni di donne insoddisfatte corrano ad acquistare il Viagra per somministrarlo di nascosto a mariti e fidanzati: ma già da ora gli esperti ritengono che questa scoperta aiuterà a fornire una spiegazione biologica del perché la gente s'innamora. L'esperimento condotto dai ricercatori Usa verte su una sostanza chiamata ossitocina, le cui caratteristiche erano già note alla scienza, tanto da valergli il soprannome di "ormone dell'amore": è ritenuto infatti il grilletto di sentimenti romantici e desiderio di rafforzare i legami affettivi nelle coppie. L'ormone viene rilasciato nel cervello durante l'orgasmo, sia negli uomini che nelle donne, per le quali svolge anche altre importanti funzioni in gravidanza e allattamento. Agendo come un freno, un enzima ne regola l'ammontare destinato a raggiungere il cervello: e si tratta, ecco la straordinaria coincidenza, del medesimo enzima che limita l'affluenza di sangue al pene durante il coito. Gli scienziati americani hanno dunque compreso che il Viagra, intervenendo su quell'enzima, non si limita a sbloccare l'affluenza di sangue al membro maschile, ma contemporaneamente toglie anche il freno all'affluenza dell'"ormone dell'amore" romantico al cervello. In un esperimento effettuato su topi di laboratorio, gli studiosi hanno verificato che gli animali, se sottoposti al Viagra, ricevevano tre volte il normale ammontare di ossitocina nel cervello. In parole povere, si potrebbe concludere che la "pillola blu" rende i maschi non solo più sessualmente vigorosi, ma pure più innamorati e coccoloni. E anche gli altri prodotti che agiscono sul pene attraverso il medesimo meccanismo, come il Cialis e il Levitra, avrebbero lo stesso "romantico" effetto: cosa che non dovrebbe del tutto sorprendere, tenuto conto che il Viagra fu scoperto nell'ambito di ricerche per i malati di cuore. Il muscolo dell'amore, dopotutto. Commenta il professor Meyer Jackson, che ha guidato la ricerca all'università del Wisconson: "Questo è solo un tassello di un puzzle di cui ci mancano molti pezzi, ma effettivamente solleva la possibilità che il Viagra, creato per curare la disfunzione erettile, non si limiti a curare solo quella". Lo studioso avverte che, così come ha bisogno della scintilla dell'eccitazione per agire sul pene, il Viagra ha bisogno di una qualche forma di affettività già esistente per agire sulle sensazioni romantiche del cervello. Non basta somministrarlo al primo che passa per strada, dunque, per farlo innamorare pazzamente. Ma chissà: per milioni di donne abituate a mariti che terminato l'atto sessuale si girano dall'altra parte, o chiedono cosa c'è in televisione, la "pillola blu" potrebbe diventare l'ultima speranza di ricevere una coccola, un abbraccio, un bacetto dopo il coito. Come ogni farmaco, anche il Viagra va a modificare un comportamento (in questo caso) che non è accettato: del resto è inaccettabile non poter fare l’amore per una disfunzione erettile, giusto? Ma la conseguenza dell’assumere questo farmaco, quale sarà?

A parte gli effetti collaterali, mai trascurabili, c’è il problema che una volta che il “sintomo”, cioè la disfunzione erettile, non c’è più (cioè si ha di nuovo l’erezione) non esiste più la necessità, e quindi la motivazione, di cercare le vere cause di questa disfunzione, che nei giovani è quasi sempre di origine psicologica. Dunque: si assume il farmaco e il problema apparente è risolto. Ma, se il motivo profondo (quello psicologico) per cui non si avevano erezioni esiste ancora; è ancora lì, sicuramente pronto a concretizzarsi in un altro sintomo…il problema è: in che tipo di sintomo? Fonte: www.repubblica.it

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