Chiamare la morte

giovedì 13 agosto 2009



Come quasi ogni mattina, anche oggi, mi collego ad internet e apro la pagina iGoogle: leggo questa notizia.
Il suicidio. Mi sento sempre un po' frastornata quando leggo notizie su persone che si sono tolte la vita volontariamente. Cosa gli può mai essere successo di così angosciante, distruttivo, malvagio da avere il potere di ordinargli un gesto del genere. Gesto che va contro ogni logica di sopravvivenza.
Forse non sono mai state amate. Da nessuno. E, la Tentazione ha preso il sopravvento.
O forse loro stessi pensavano di non essere amati, non lo credevano possibile, per chissà quale ragione. Credo, però, che la mente, e le amozioni, sia formata anche dai messaggi che il contesto in cui si vive, invia all'altro.
Non so. E', di sicuro, un gesto su cui è complicato fare chiarezza e che è intriso di troppe variabili interne alla persona che compie il gesto.
Un gesto di vendetta? Di riscatto? Oppure, l'unico modo, secondo loro, disperato di attirare l'attenzione? Di rimanere nella mente delle persone per sempre, con i sensi di colpa che si attivano in chi rimane?
In chi si uccide o tenta di farlo, il passato, il presente e il futuro si confondono.
Il passato, da dove arrivano spinte all'atto disperato.
Il presente, in cui ci si sente incastrati: giorni uguali l'uno all'altro, senza varianti, senza saper cogliere le sfumature di diversità, di possibili combiamenti.
Ma è il futuro in cui si annida la disperazione. L'incapacità di sperare, di essere rimasto senza futuro, senza progetti, bloccato. Un eterno buio, dove la luce e la speranza non ci sono, non si vedono.
Chiedere aiuto diventa difficile, forse impossibile nella convinzione che nulla si può fare per cambiare le cose. Ci si sente prigionieri.
Allora, paradossalmente ed erroneamente, la morte diventa luce, salvezza, via da seguire.
Un aiuto che arriva in questo momento, non è più valido?
Non credo. Sempre ed in ogni momento della vita è possibile cambiare, anche se bisogna imparare a cogliere i messaggi di salvezza.
Ma credo sia ancora più incisivo e importante arrivare prima, molto tempo prima: se si sta attenti all'altro, se lo si ascolta nel profondo, allora si può prevenire, si può aiutare, si può dare una possibilità in più.
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Avevo sei anni e mezzo

lunedì 10 agosto 2009



In quarta di copertina:

"Di fronte al portone, suono schiacciando forte il pulsante del citofono. Mi volto e saluto con la mano Flavio e sua mamma, che mi fanno ciao e se ne vanno. Forse pensano che qualcuno mi abbia aperto. Citofono di nuovo, schiacciando più forte, una, due volte... Non c'è nessuno in casa, e nessuno in strada. Mi guardo intorno, ho sei anni e mezzo, e ho paura".

Questa è la storia di Simone. Siamo in un parco alla (periferia di Torino, uno spiazzo un po' brullo riecheggiante dì grida gioiose, di cigolii d'altalena, di mamme che chiamano ad alta voce i loro figli. Ma è anche un terreno di caccia, per qualcuno che se ne sta tranquillo su una panchina a osservare quello che succede intorno a lui, ad aspettare il momento buono. Per alzarsi, avvicinarsi. Magari regalare due parole dolci, fare una carezza. Qualcuno che il protagonista di questa scioccante storia vera chiama il Falco. Se questa storia è stata scritta, è perché il bambino di allora oggi è cresciuto, ma il Falco è rimasto a lungo con lui, come un dolore sotto pelle, un disagio quotidiano durante gli anni della crescita, per manifestarsi in attacchi di panico improvvisi, mentre l'adolescenza sembrava scorrere normale come quella di molti suoi coetanei. E proprio quando Simone sembrava aver rimosso tutto quanto, ecco che il Falco si ripresenta nella sua vita.

La narrazione è terapeutica. Scrivere questo libro, per Simone, deve essere stato duro come deve esserlo stato leggerlo per le persone che lo conoscono e che gli vogliono bene. Ma, credo che il senso di liberazione provato sia stato appagante, almeno in parte.
In parte, perché il trauma causato dall'abuso sessuale infantile è un trauma che entra nella persona, che lo fa diventare l'uomo che è.
Ripercorrendo la sua storia, Simone ha avuto coraggio di scrivere e di descrivere ciò che il mostro faceva con lui e ciò che gli diceva, cercando di convincerlo che fosse omosessuale e che tutto quello che successe, era per colpa sua, per colpa di un bambino di 6 anni.
Simone è stato, ed è, non solo coraggioso ma ama la vita, ama l'amore e vuole farcela: il suo scritto ne è la testimonianza.
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